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9 febbraio, Roma senza papa

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
9 Febbraio 2025
in L'editoriale
1
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Negli ultimi tre secoli Roma è rimasta senza papa solo due volte. La prima, il sant’uomo venne arrestato dal generale Radet della gendarmeria napoleonica. La seconda, fuggì alla rivoluzione romana. Pio settimo non temeva Bonaparte, che pure aveva decretato la fine del potere temporale e attese a piè fermo i suoi grognard. Pio nono, appena sentita qualche schioppettata, indossò una tonaca qualunque, un paio di occhiali verde bottiglia, un cappello calcato sulla testa e via prima ancora che Mazzini arrivasse a Roma. Mazzini gli aveva pure scritto amabilmente, invitandolo a sostituire la religione cristiana, con l’amor di Patria. In confronto, Napoleone non aveva preteso tanto. Questo Mazzini doveva essere un autentico pazzo. Cosa si era messo in testa, che il capo della Chiesa cattolica, autorizzasse una guerra contro un impero cristianissimo come quello austro ungarico? Vai a sapere come va a finire con gente come questa. Meglio tagliere la corda.

Questa fuga ha qualcosa di rocambolesco. Possibile che il re di Francia a Varenne venne subito riconosciuto e acciuffato ed il papa fermato ai posti di blocco intorno all’Urbe, scambiato per un prevosto? Nessuno possiede elementi per una tesi certa. La disgrazia della Repubblica fu la fuga del pontefice. Fosse stato trattenuto agli arresti, sarebbe potuto diventare merce di scambio con i francesi, gli austriaci, persino quei nani dei Borboni. Tutti gli imperi europei erano ben felici che si tagliasse la testa a Luigi sedici. Secondo i loro brillanti calcoli, la Francia sarebbe caduta nelle loro grinfie, il giorno dopo. Mentre nessun sovrano al mondo, meno che mai il nipote dell’Orco, avrebbe rischiato che si torcesse un solo capello al papa. La Repubblica si trovò sul baratro fin da quel momento. La Francia del 1791 aveva uomini ed armi per rispondere a qualunque esercito. Roma, con i suoi volontari del 1849, poteva giusto dare un esempio di eroismo ai pavidi che le sarebbero sopravvissuti.

Delio Cantimori, che per quanto politicamente possa essere discutibile, era uno studioso serio e di origine mazziniana, da per scontato che Pellegrino Rossi fosse stato ucciso da Ciceruacchio. Ciceruacchio, al secolo Angelo Brunetti, venne fucilato dagli austriaci e quando l’inquisizione fece il processo per la morta di Rossi, non riuscì ad individuare gli assassini. Si accusava il principe di Canino. Terenzio Mamiani, qualsiasi altro. Possibile che la Chiesa restaurata volesse tenere sotto schiaffo i vivi e risparmiare i morti. Di sicuro c’è che la morte del Rossi avviene per mano mazziniana, il problema è capire se è comandata, o meno, da Mazzini stesso o se semplicemente, Mazzini è a conoscenza della volontà di uccidere il Rossi, oppure, se i mazziniani romani si muovessero senza consultarsi con Mazzini. Resta il fatto che con l’uccisione di Rossi precipita lo scenario politico a Roma. Rossi è un riformatore, un liberale, un uomo che in gioventù ha combattuto a fianco di Murat. Ai mazziniani romani non importa nulla. Loro non vogliono liberarsi dai privilegi feudali. Vogliono un governo politico rivoluzionario che promuova l’insurrezione nazionale, contro tutti i regimi sul suolo patrio, anche contro i Savoia, dal momento che nel quale insorge Roma, insorge anche Genova. Siamo alla prova di forza decisiva della democrazia pura. Nietzsche lo avrebbe chiamato “un capovolgimento di tutti i valori”. Persino Nietzsche, che detestava l’attività politica, era un ammiratore di Mazzini.

In Europa ci fu qualcuno che restò davvero impressionato dai fatti romani, il nuovo ministro degli esteri francese, Alexis de Tocqueville. Tocqueville non sa perché si ritrovi nel governo di un Bonaparte. C’è un resoconto dell’incontro fra i due a una colazione che è uno spasso. Il discendente di Maleserbes, l’avvocato del re, la famiglia sterminata dal Terrore a tavola con il nipote del generale Vendemmiaio, l’omicida del duca di Enghien. Sempre meglio farne il ministro che venirne ucciso in un fossato. In compenso, Tocqueville sa che quanto avviene a Roma ha il sapore di una ripresa giacobina insopportabile. Nemmeno Talleyrand sarebbe stato capace degli intrighi messi in atto da Tocqueville per distruggere la giovane Repubblica. Anche perché Mazzini cerca nel suo vecchio sodale, salito al governo della Francia, una sponda. Luigi Napoleone gliele avrebbe data volentieri, non fosse stato per il partito cattolico che lo aveva fatto arrivare alla presidenza. Mazzini gli garantiva che il papa sarebbe stato tutelato e protetto e a quelli non bastava. Volevano il papa sul trono di Roma. A Bonaparte sembrava una sciocchezza, ma appena eletto, non aveva la forza per opporsi. Avrebbe poi congedato in sordina il generale Oudinot, figlio di un maresciallo del primo Impero, eroe in Russia e licenziato il celebre autore de la Democrazia in America. In America, appunto. In Italia troverete sempre in commercio un libro di Tocqueville, quando tanti storici francesi sono stati dati al macero. Non perché è il più importante. Perché ha compiaciuto i desideri della Chiesa apostolica.

Isolato sul Gianicolo si trova oggi il Museo della Repubblica e della memoria garibaldina, uno sghembo mausoleo sormontato dalla scritta “Pio nono”. Ci si entra e sembra una prigione. Scale torve e ripide, celle buie ed anguste, pochi cimeli, per lo più insignificanti. La cosa migliore è un plastico di soldatini d’epoca che nemmeno è valorizzato. Piuttosto, il ministero della Cultura ha preferito ricordare Mazzini in una mostra allestita al Vittoriano. Bene, il giorno che la Repubblica italiana, volesse rendere omaggio sincero a Mazzini e alla “democrazia pura”, il Vittoriano lo demolisca. Magari lo si può spedire con il piano Mattei a Tripoli. Al posto, si pianta un albero della libertà e si ingrandisca il Museo del Gianicolo, cancellando quel nome che lo sovrasta inciso nel marmo..

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

Tags: MazziniRepubblica
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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Comments 1

  1. Germano Gabanini says:
    1 anno ago

    Complimenti !
    Ottimo articolo

    Rispondi

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