Una cosa è la realtà. Altro come la si percepisce. Altro ancora come la si vuol far percepire. Quest’ultimo è il dominio di quelle che una volta venivano chiamate ‘palle’ e oggi, ingentilendo il termine, semplicemente ‘fake news’. Nella comunicazione la palle ci sono sempre state, sono anzi l’ingrediente principale della propaganda. Quando una fake news ha maggiore possibilità di successo? Quando ha capacità penetrativa e quando parla alla pancia. Ecco perché una delle bufale più vecchie della nostra storia recente, il complotto giudaico-massonico dei Protocolli dei Savi di Sion, ha avuto da subito tanta fortuna. È circolata in tante versioni nel sottobosco e nel mainstream, e ha agito su paure reali.
Carlo Cottarelli si è preso la briga di parlare delle bufale economiche. Anche qui: facile diffusione grazie ai social, consapevole ‘neuromarketing’ (cioè il saper parlare alla pancia), e il deludente andamento dell’economia italiana nell’ultimo quarto di secolo. Intendiamoci subito: difficilmente una bufala è inventata di sana pianta, ma ha numerosi elementi di verosimiglianza che fanno in modo che si adatti facilmente ad un certo tipo di narrazione ‘semplificata’.
Uno degli argomenti sempreverdi che tornano ciclicamente d’attualità è l’euro, utilizzato come arma per screditare l’unione europea e spegnere ogni entusiasmo. La si prende alla lontana e si sostiene che chi ha negoziato il nostro ingresso, Prodi, Ciampi, ci ha fatto entrare con un tasso di cambio tra lira ed euro completamente errato (1936,27). «Se il cambio fosse stato di un euro per mille lire, con l’introduzione dell’euro, Tizio avrebbe percepito uno stipendio di 2000 euro al mese, il doppio di quello che ha avuto effettivamente. Sarebbe quindi stato più ricco, avrebbe speso di più, l’economia sarebbe cresciuta, eccetera, eccetera». Peccato che non sia così. Il cambio a 1936,27 euro non è stato voluto da Prodi, da Ciampi, ma era il valore più o meno coerente con i tassi di cambio prevalente nei mercati finanziari prima dell’entrata nell’euro se si volevano mantenere invariati i rapporti di cambio tra i vari Paesi dell’area euro. Un esempio ci aiuta a chiarire.
«Prendiamo un’impresa di esportazioni che, prima dell’euro, avesse avuto solo un dipendente, Tizio, che riceveva 2 milioni al mese di stipendio per produrre biciclette. In un mese di lavoro produceva una bicicletta che veniva esportata al prezzo di 2 milioni (facciamo che l’impresa non facesse profitti e non avesse altri costi oltre al costo del lavoro, per semplicità), ossia, al cambio pre-euro di 1000 lire per marco, a 2000 marchi tedeschi. L’impresa sopravviveva: i costi erano coperti. Ora, l’Italia entra nell’euro con un cambio di 1000 lire per euro (così tutti sono più ricchi) e lo stipendio di Tizio diventa di 2000 euro al mese. Che succede? Sui mercati internazionali la bicicletta era venduta, abbiamo detto, a 2000 marchi che, visto il cambio marco-euro (a circa 2 marchi per euro), significa 1000 euro. L’ipotetica impresa tedesca che produceva biciclette in concorrenza con quella italiana non ha problemi perché i suoi costi di produzione sono invariati. Ma per l’impresa italiana produrre una bicicletta costa ora 2000 euro (lo stipendio di Tizio) e, se la vende a 1000 euro, l’impresa perde 1000 euro a bicicletta. L’impresa di biciclette fallisce e Tizio non è diventato più ricco, anzi si ritrova disoccupato».
Un’altra fake news molto gettonata è la convinzione che la conversione dei prezzi da lire a un euro ha causato un raddoppio dei prezzi nel 2002. Volarono stracci persino tra Prodi e Berlusconi, per una notizia vera a un certo punto. Ma non fino al punto di poter dire che il potere d’acquisto degli italiani si era dimezzato perché una tazzina di caffè, che costava 1000 lire prese a costare un euro. L’Istat ci dice che un aumento dei prezzi in effetti ci fu, ma secondo l’Istat del 2,5%. Certo, si rimase colpiti dal raddoppio di alcuni prezzi a consumo giornaliero piuttosto di altri mercati che ebbero invece tendenze opposte (le auto per esempio). Ci fu, è vero, un aumento del prezzo delle case, ma fu un fenomeno che non ebbe nessun legame con l’euro. «Cosa è successo al prezzo di Topolino con l’entrata nell’euro? Qualcuno su Wikipedia si è preso la briga di complicare la pagina su Topolino indicando i prezzi della pubblicazione. Il 10 luglio del 2001 il prezzo di un Topolino era di 3400 lire. Il 9 luglio del 2002 non fu di 3,4 euro ma di 1,8, ossia 3485 lire, con un aumento del 2,5 per cento».
La partecipazione all’area dell’euro richiede il rispetto delle regole europee sui conti pubblici. La più sacra è quella del 3 per cento. Il deficit pubblico (lo squilibrio tra spese ed entrate dello Stato) non deve eccedere il 3 per cento del Pil (il Prodotto Interno Lordo, ossia il reddito prodotto da un paese in un anno). Perché il 3%? Non per un arbitrio, ma per una formula matematica che, nel lungo periodo, lega il rapporto tra debito pubblico e Pil, da un lato, e il rapporto tra deficit pubblico e Pil, dall’altro, dato un certo tasso di crescita del Pil nominale. Tale formuletta ci dice che, se si vuole mantenere il rapporto fra debito pubblico e Pil al 60 per cento e il tasso di crescita del Pil è del 5 per cento, il rapporto fra deficit pubblico e Pil deve essere del 3 per cento.







