Filosofia della vita, ontologia dell’umano. Se uno dovesse esprimersi per slogan, per etichette, ce la sbrigheremmo così. Perché Simmel, con Heidegger, è intanto questo, rendere il frammentario, non per esiliarlo, in nome di una pretesa compiutezza, ma per abitarlo. È la tensione della vita con cui ha a che fare il soggetto. È l’esserci, lo stare qui, che interessa, indipendentemente dall’altrove, dal là fuori. Eppure questo bisogno di senso pesa, anche le filosofie del finito, quelle che si sono allontanate dalla visione eroica di Hegel, sentono un vuoto che non riempiono.
Capisci bene la vita solo se hai presente la morte. Questa è la riflessione di partenza in questo libro, Morte e destino, in uscita per Aragno che ho curato con Giovanni Balducci. La contraddizione fondamentale. L’opposizione radicale che dà significato pieno, autentico e vero ai termini che stanno uno di fronte l’altro. Così in quest’opera, che integra e mette a confronto due testi cruciali della maturità del filosofo berlinese, Metafisica della morte (1910) e Il problema del destino (1913), la morte non è qualcosa che semplicemente giunge, irrompe, distrugge una forma per confonderla con l’indistinto, non è un nulla che sostituisce la pienezza di un tutto. Ma un principio che tiene in tensione e che entra in gioco sin dal primo momento della nascita. Simmel fa suo Hegel. Vita e morte è la contraddizione fondamentale. Ed è il movimento dialettico che ci regala la speranza. Questa, a rigore, è la Buona Novella, il senso del Kerygma, quello che salva l’umano dalla sua insipienza. Non è molto, ma ci piace pensarla così: che sia in questo annunciare il destino che da sempre ci appartiene.
Il ruolo della filosofia, anche questo va detto, non è quello di interpretare partigianerie o colorare di cultura ideologie più o meno bislacche. Il ruolo della filosofia è quello di aiutare tutti a chiarificare la ricerca di senso. A partire dalle domande ultime. Anche Simmel ha bisogno di Hegel: è un cercare l’oriente, perché senza un punto fisso non c’è una bussola, non c’è un percorso e non è possibile un percorrere. Non occorre la passione per i polizieschi, ci diceva Vittorio Messori, per essere coinvolti nella storia della ricerca di Dio. Vous étes embarqués, anche voi siete incastrati, ricorda Pascal, a chi vorrebbe eludere il problema del proprio destino. No, la ricerca alle domande dell’uomo è qualcosa di più di un qualcosa, nella storia, che ci chiama e ci coinvolge. Perché, anche a prescindere dalle risposte, è intanto la domanda che dà un significato, per quanto provvisorio, al nostro esserci.
Foto Ary Scheffer, La morte di Géricault, olio su tela | CC0







