Se il conflitto tra diverse idee di progresso attraversa la storia della sinistra italiana, esso riaffiora, talvolta in modo più nitido e meno mediato che nei documenti politici, proprio nei simboli, nei canti, nella memoria popolare, ancorché questi vengano spesso relegati a un ruolo marginale o folklorico, mentre ne costituiscono invece una delle espressioni più autentiche e durature.
È in questa chiave che va riletta la vicenda di “Bangera Rossa – Inno Repubblicano”, che è anzitutto una canta popolare romagnola, declinata al femminile secondo una tradizione linguistica e culturale nella quale la voce collettiva del popolo si fa soggetto narrante, incarnando un’identità condivisa, un’appartenenza civile e una tensione ideale che travalica il dato contingente, vieppiù radicata nel tessuto sociale e nella vita quotidiana.
La canta nasce attorno al 1900 in un contesto repubblicano e mazziniano, ben prima che il comunismo organizzato si affermi come forza egemone in una parte della sinistra europea, e si colloca in un orizzonte politico nel quale il repubblicanesimo rappresenta una delle principali forme di espressione del pensiero democratico e radicale, quandanche inserito in una pluralità di correnti che condividono un medesimo slancio emancipatore. Non a caso il Partito Repubblicano, nato nel 1895 grazie al grande lavoro di riunione delle anime romagnole operato dal repubblicano forlivese Gaudenzi, contende al Partito Socialista e agli Anarchici, l’egemonia politica dell’area di estrema sinistra ai quali appartengono. Un rapporto di conflitto competitivo e non contrappsoitivo dal momento che ognuno dei tre grandi filoni della sinistra estrema di quell’epoca aveva ben chiaro che l’avversario fosse il blocco conservatore costituito da Liberali, monarchici e cattolici.
Una competizione nata all’interno della sinistra che tornerà più avanti con aspetti ancor più marcati con la nascita del Partito Comunista e che si estenderà tutti i campi, compresi quelli della simbologia e della musica. Ed è in questo clima che appena cinque anni dopo la fondazione del PRI, viene scritto l’inno repubblicano “Bangera Rossa”.
Nel suo impianto, “Bangera Rossa” non è soltanto un inno al repubblicanesimo mazziniano, ma una narrazione politica in forma popolare, nella quale si intrecciano riferimenti ideali e riferimenti concreti, memoria storica e aspirazione collettiva, e nella quale emergono con chiarezza i richiami a Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, figure che incarnano non solo l’unità nazionale, ma una concezione etica della politica fondata sul dovere, sulla partecipazione e sulla responsabilità individuale e collettiva, ancorchè declinata in una forma accessibile e condivisa.
Accanto a questi riferimenti ideali, la canta richiama anche figure della rappresentanza repubblicana, come i deputati ravennati Pirolini e Mirabelli, quest’ultimo calabrese ma eletto nel collegio di Ravenna, a testimonianza di una dimensione politica nella quale il radicamento territoriale e la proiezione nazionale convivono in modo naturale, senza contraddizioni, e anzi si rafforzano reciprocamente, vieppiù in un’epoca in cui la politica era vissuta come esperienza diretta e partecipata.
In questa prospettiva, “Bangera Rossa” restituisce il profilo di una sinistra plurale, nella quale il repubblicanesimo rappresenta una componente fondamentale, capace di parlare al popolo non solo attraverso le istituzioni o i programmi, ma anche attraverso il linguaggio simbolico e culturale, ancorché oggi meno immediatamente riconoscibile.
Particolarmente significativo è il fatto che il motivo musicale della canta sia sostanzialmente il medesimo di quello della successiva e più nota “Bandiera rossa”, affermatasi oltre vent’anni dopo come inno del movimento comunista, circostanza che, lungi dall’essere un dettaglio secondario, rivela una continuità profonda nei linguaggi e negli immaginari della sinistra, precedenti alla loro separazione politica e ideologica, e testimonia come le diverse culture abbiano condiviso, almeno in origine, un comune patrimonio espressivo.
Questa continuità musicale, quandanche spesso ignorata, diventa così il segno di una storia più complessa di quanto le semplificazioni successive abbiano lasciato intendere: una storia nella quale i confini tra le diverse tradizioni non sono mai stati netti e definitivi, ma si sono costruiti progressivamente attraverso conflitti, scissioni e ridefinizioni identitarie.
La successiva identificazione della “Bandiera rossa” con il solo movimento comunista ha finito per sovrapporre e in parte oscurare questa stratificazione originaria, producendo una sorta di retroproiezione che tende a leggere il passato alla luce degli equilibri successivi, ancorché tale lettura risulti inevitabilmente riduttiva.
Recuperare “Bangera Rossa” significa dunque compiere un’operazione che è al tempo stesso storica e politica, culturale e identitaria, poiché consente di restituire visibilità a una tradizione repubblicana che appartiene pienamente alla storia della sinistra italiana, pur nella sua autonomia e distanza dal comunismo, e di riconoscere come essa abbia contribuito in modo decisivo alla formazione di quell’immaginario popolare che ancora oggi, sebbene trasformato, continua a influenzare il linguaggio politico.
Significa anche riconoscere che i simboli non nascono mai come proprietà esclusiva di una parte, ma sono il risultato di processi collettivi nei quali si intrecciano esperienze, culture e visioni del mondo, e che solo successivamente vengono definiti, appropriati e talvolta semplificati, vieppiù in funzione delle dinamiche del conflitto politico.
In questo senso, la riscoperta di “Bangera Rossa” non è un esercizio di nostalgia, ma un invito a rileggere la storia della sinistra italiana nella sua complessità, cogliendone le articolazioni interne e riconoscendo il ruolo di quelle tradizioni che, pur non essendo diventate egemoni, hanno contribuito in modo determinante a definirne l’identità.
È, in definitiva, un modo per restituire voce a una memoria che non è mai scomparsa, ma che attende soltanto di essere nuovamente ascoltata, vieppiù con la consapevolezza che comprenderne le origini significa anche comprendere meglio il presente.
Per chi voglia ascoltarla, la canta è disponibile cliccando il link sotto, quasi a confermare che alcune tracce della storia, per quanto sommerse, non cessano mai del tutto di riaffiorare.






