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Il giornalismo d’inchiesta ridotto a farsa

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
7 Gennaio 2024
in Attualità / Politica
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Quando si dispone di una fonte anonima della polizia giudiziaria capace di rivelazioni rilevanti, ci si aspetta che queste passino al vaglio della magistratura inquirente perché ne sia valutata l’attendibilità. In linea di massima, il giornalismo di inchiesta dovrebbe prima accertarsi di svolgere questo passaggio e poi rendere pubblici i contenuti esaminati dalla procura. Ma per carità, non vogliamo essere pignoli. Ammettiamo che tutto quello che si è ascoltato da fonti mantenute anonime nell’ultima trasmissione di Report su Rai tre siano state già messe a disposizioni degli inquirenti e che quindi il caso Moro sia nuovamente aperto, almeno presso una procura che ci farà poi sapere come intende procedere. Atteniamoci alla sola questione storiografica che la trasmissione di Ranucci ha posto all’attenzione dei telespettatori. È fin troppo chiaro da quanto ascoltato per più di tre ore su un canale della televisione di Stato che l’America, attraverso la Cia, il Vaticano, attraverso lo Ior, lo scià, attraverso il corpo diplomatico e l’immancabile Mossad abbiano fatto uccidere Moro dalle Brigate rosse, dei pupazzi nelle loro mani. Non fosse questa la tesi sostenuta da Ranucci le tre ore di trasmissione non avrebbero senso alcuno. Perché che vi possano essere state delle complicità dei servizi, fossero dirette od indirette, nel sequestro e nell’omicidio di Moro, è cosa già nota all’opinione pubblica. Semmai è la ragione di queste presunte complicità ad essere rimaste oscure. Magari i nostri servizi non erano così efficaci, come si presupporrebbe, magari erano dei confusionari ed inquinati. Vero che nella trasmissione entra un soggetto che forse il grande pubblico ignorava ovvero, quello denunciato dall’onorevole Signorile, l’ ingerenza dei servizi inglesi, che pure sono diversi e andrebbero specificato, Comunque un tale aspetto non è detto assuma una qualche importanza. Gli inglesi potevano volere informazioni dettagliate su un caso che faceva particolarmente scalpore. Mai vi fosse un quale rapporto fra le Br e l’Ira, c’era da temere che si potesse replicare nel Regno Unito qualcosa di simile al sequestro Moro.

Per il resto, il contesto descritto dalla trasmissione è chiaro, in qualche modo le Br sono infiltrate sai servizi nostrani diretti dalla Cia che vuole destabilizzare l’Italia uccidendo colui che porta il Pci al governo. Niente di più semplice, scontato e che pure, non sta in piedi. Primo perché non si capisce per quale ragione la DC dovesse minare se stessa e l’America eliminare il suo principale politico di riferimento. Nixon aveva aperto alla Cina di Mao, Moro apriva al Pci di Berlinguer, tutto questo era contiguo ad indebolire il socialismo sovietico, non il mondo occidentale. Chiaramente di questa situazione internazionale, per cui un presidente democratico, Jimmy Carter è eletto da un anno, non dovrebbe voler vedere il Pci entrare nell’area di governo dieci anni dopo che il partito democratico aveva fatto entrare il Psi. Cioè il partito democratico statunitense con Carter, in contrapposizione alle scelte di Kennedy, non voleva un governo italiano più forte. Servirebbe una trasmissione televisiva di 80 ore per spiegare un simile aspetto, ma poniamo di sbagliarci che non sia così, che fosse proprio la democrazia cristiana a voler Moro morto e non per ragioni internazionali, ma per prospettive di carriera interna, per liberare spazio ad Andreotti, a Forlani, rilanciare Fanfani. In altre parole, ammettiamo che le Br fossero semplicemente un proseguimento dei congressi democristiani, una variante del provincialismo italico. Possibile che la Cia si prestasse alle beghe correntizie? Cioè che l’America parteggiasse per uno o per l’altro dei plenipotenziari democristiani? Non fosse così, allora bisognerebbe sostenere che Moro si era troppo allargato, minava gli interessi americani. In questo caso possibile che il partito all’epoca considerato più fedele agli americani, il Pri di Ugo La Malfa, approvasse la strategia di Moro? Perché se il Pri era la spia, come veniva considerato, dei desiderata americani, si sarebbe opposto al compromesso storico, cosa che invece non fece, il Pri divenne il partito della solidarietà nazionale. Ed è questo il punto politico vero. Rapito e ucciso Moro, non si impedisce il governo Andreotti con l’appoggio del Pci, lo si favorisce. Sappiamo che il Pci il giorno che Moro viene rapito vota il nuovo governo, non abbiamo contezza di cosa avrebbe fatto se Moro si fosse presentato tranquillamente in Aula. Questa prospettiva manca completamente alla trasmissione di Ranucci, ovvero cosa fece il Pci che era sulla stessa linea della democrazia cristiana e del Pri, per la fermezza. Anche il Pci era manipolato dagli Stati Uniti? O erano semplicemente compagni che sbagliavano? Non sarà contro la linea politica del Pci, la trasmissione di Ranucci, invece che contro la Dc? Comunque possibile che una trasmissione tanto ambiziosa su uno degli aspetti più delicati della nostra storia prescinda completamente dal punto di vista comunista? Per la trasmissione di Rai tre, solo il Psi di Craxi favorevole alla trattativa, appare affidabile. Davvero commovente, per il partito socialista, non per Moro.

Per carità, tutte le anomalie, alcune sconcertanti, le ricostruzioni sul commando Br, gli errori della prima inchiesta, messe in risalto da Report, sono incontrovertibili, ma note. Mentre bisogna spezzare una lancia in favore del Vaticano. In qualunque quartiere di Roma fosse stato nascosto Moro, avremmo trovato una qualche proprietà vaticana, più o meno imponente. La prossima inchiesta di Report, fosse sui beni immobili della Santa sede nella Capitale. Registri alla mano ci sarebbe poco da discutere e nessun dubbio fra gli spettatori.

foto archivio storico camera dei deputati

Tags: MoroRanucci
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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