E così si torna a discutere di riforma costituzionale. L’Eterno ritorno nella politica italica, quello scoglio contro il quale si sono infranti i sogni di tanti potenti di turno. Sembra quasi una tentazione, un tarlo che arriva a pizzicare ogni governante momentaneamente al potere: vincere la sfida in cui quasi tutti i suoi predecessori hanno fallito. L’obiettivo è quello da vertigine: lasciare la propria firma non solo nella cronaca politica, ma anche nella forma stessa dello Stato. Non a caso, la Costituzione è quasi immutata da settantacinque anni e le maggioranze si sono accontentate di modificare la struttura materiale della politica (attraverso la legge elettorale) e non la struttura formale della Repubblica. Per questo, si parla di “prima”, “seconda” e “terza” Repubblica in modo improprio, perché non vi è mai stato un cambio costituzionale, ma solo cambi di sigle partitiche e, appunto, di legge elettorale. Ora Meloni vuole gettare il cuore oltre l’ostacolo ridisegnando la Repubblica, ma commettendo gli stessi errori dei suoi predecessori.
L’unico modo per cambiare significativamente la Costituzione sarebbe coinvolgere in modo totale le opposizioni (che sono per altro maggioranza nel paese), portando avanti un discorso condiviso, che eviti il ricorso al referendum confermativo. Perché, gli italiani lo hanno dimostrato più e più volte, amano la loro Costituzione e bocciano sistematicamente i tentativi di stravolgerla. Le riforme costituzionali approvate dal popolo sono infatti state quelle piuttosto mirate: il titolo V voluto dal centrosinistra che ha rafforzato il regionalismo e la riduzione del numero di parlamentari voluto dai Cinque Stelle. I ridisegni complessivi dei poteri invece non passano: lo dimostrano i tentativi di Berlusconi nel 2006 e quello di Renzi nel 2016. Renzi peraltro fu quello che più sembrò investire in un percorso condiviso: passò persino dal “Patto del Nazareno” con Berlusconi per assicurarsi il sostegno del centrodestra alla sua riforma, patto da cui poi Berlusconi si tirò indietro. Meloni sembra invece ripercorrere i passi del Berlusconi del 2006: propone una riforma fatta a maggioranza per poi tentare l’azzardo del referendum popolare. E dati i rapporti di forza nel Paese, con un centrodestra minoritario rispetto al “campo larghissimo” di chi vi si oppone, l’esito di tale voto è quanto mai incerto. La storia insegna che questa è la strada per il fallimento. Ed è una buona notizia per chi considera la carta costituzionale un patrimonio di tutti gli italiani, non solo di una parte. Sarebbe stato opportuno che Meloni e i suoi, forti anche dell’indiscutibile mandato popolare (anche se largamente dopato dal meccanismo maggioritario della legge elettorale), avessero inaugurato una Bicamerale in cui maggioranza ed opposizioni si potessero confrontare. Perché in tantissimi anche nel centrosinistra storico, così come nell’ex Terzo Polo, si sono espressi in favore di una riforma: Violante, D’Alema, Amato, Prodi, persino Bersani, chi più ne ha più ne metta. Alcuni vogliono il “sindaco d’Italia”, altri ipotizzano un semipresidenzialismo francese, altri un cancellierato alla tedesca.
Solo la volontà di militarizzare la riforma può spingere Meloni a rifuggire dal confronto con le parti più innovative delle opposizioni. Il “premierato” proposto da Meloni d’altronde è una svogliata e tiepida parodia dei sistemi semipresidenziali: dopo tanti decenni in cui la destra ha fatto del presidenzialismo la sua bandiera, questo premierato sembra una sua “sotto-marca” in cui nemmeno loro credono sul serio. Si vuole davvero dare più poteri al capo del governo o al capo dello Stato come espressione della volontà popolare? È una richiesta per larghi versi condivisibile. Ma allora si introduca l’elezione diretta e il doppio turno. Doppio turno che la destra però vuole abolire anche per l’elezione dei sindaci. Perché alla destra non sembra vero di poter vincere così facilmente: basta infatti essere la minoranza più numerosa per ottenere il completo controllo politico delle istituzioni. Il secondo turno invece costringerebbe a ragionare insieme a chi non ti ha votato. Insomma, ad unire la Nazione, anziché spaccarla in tanti pezzetti rabbiosi, come purtroppo stanno facendo.
capo dello Stato come espressione della volontà popolare? È una richiesta per larghi versi condivisibile. Ma allora si introduca l’elezione diretta e il doppio turno. Doppio turno che la destra però vuole abolire anche per l’elezione dei sindaci. Perché alla destra non sembra vero di poter vincere così facilmente: basta infatti essere la minoranza più numerosa per ottenere il completo controllo politico delle istituzioni. Il secondo turno invece costringerebbe a ragionare insieme a chi non ti ha votato. Insomma, ad unire la Nazione, anziché spaccarla







