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I giorni senza memoria

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
27 Gennaio 2024
in Economia
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La Germania nazionalsocialista fu accusata di genocidio dal momento nel quale vennero riportati i documenti della conferenza di Wannsee. Su disposizioni del capo della sicurezza del Reich, l’obergruppenfuhrer Heydrich, si superarono le leggi di Norimberga per approntare la soluzione finale della questione ebraica. Era il grande e prematuro drammaturgo tedesco Georg Buchner ad aver scritto “il peccato è nel pensiero” e senza un pensiero non c’è nemmeno genocidio. Non bastavano gli assassinii di massa, le leggi razziali, le deportazioni. Occorreva nero su bianco mettere da parte ogni aspetto legale e ogni scrupolo morale per eseguire razionalmente lo sterminio di un popolo. Per quello che ne sappiamo fino alla conferenza di Wannsee i tedeschi potevano anche solo voler trasferire gli ebrei in Madagascar o rinchiuderli in lager come i russi ti chiudevano in Siberia, Hitler diceva appunto che se avesse avuto la Siberia non avrebbe costruito i lager. Questo comportava un crimine, ma non quello di genocidio, il genocidio per essere definito tale, ha bisogno della progettazione delle camere a gas e poi buttartici dentro. Altrimenti sarebbe stato genocidio anche l’eliminazione dell’aristocrazia in Francia a favore della classe borghese, o la guerra vandeana, o lo sterminio dei coloni bianchi da parte delle tribù delle pianure americane, o viceversa, oppure la prima guerra mondiale. Tutte fasi complesse che rappresentano momenti tragici della storia ma non genocidio, perché si punta comunque a trovare una qualche forma di convivenza. Il genocidio non ne consente nessuna.

La particolarità atroce del genocidio del popolo ebraico in Europa, è che il popolo ebraico era indifeso. Non si trattò di eliminare una popolazione armata che ti aveva attaccato alle spalle, o nel sonno, o che magari ti aveva bombardato nelle trincee, come era accaduto in tutti gli altri momenti sanguinosi della storia. Si trattava di eliminare il proprio vicino di casa, la tranquilla famigliola della porta accanto, in alcuni casi un inconsapevole congiunto. Tale era il misfatto che il regime nazista fece tutto il possibile per nasconderlo pubblicamente, le leggi razziali ebbero un grande clamore nella propaganda, la progettazione e l’esecuzione dello sterminio venne tenuta nascosta. Il nazional socialismo aveva un qualche pudore nelle sue intenzioni omicide, quello che è mancato completamente il sette ottobre ad Hamas. Hamas infatti non ha bisogno di fare una qualche conferenza per stabilire l’eliminazione del popolo ebraico, ha nella sua carta fondamentale la cancellazione di Israele e tanto basta. Il problema dei due Stati nasce qui, se uno dei due Stati non vuole che esista l’altro, è impossibile che si realizzino. Per lo meno servirebbe, all’interno della popolazione di Gaza e della Transgiordania, qualcuno che contestasse Hamas e fosse favorevole al riconoscimento di Israele. Questo qualcuno era Fatah, l’Anp, che infatti è stata destituita di ogni potere a Gaza e per sopravvivere a Ramallah, si è sottomessa ad Hamas. Poi vi sarebbe anche un altro problema, Hamas evoca uno Stato sulla vecchia Palestina dal fiume al mare, ovvero uno Stato di cui Israele sarebbe il primo bersaglio e sotto questo profilo, Giordana e Siria e tutto sommato anche Arabia Saudita, sono i principali referenti per l’esistenza di Israele. L’Iran che non ha confini diretti invece ha lo stesso punto di vista di Hamas.

Tutto questo comunque non impedisce che si chieda, come ha fatto Antonio Polito su il Corriere della sera, ad Israele di interrompere la sua guerra a Gaza, nonostante Hamas ancora sia li e trattenga gli ostaggi israeliani del sette ottobre. Altrimenti potrebbe accadere che il mondo occidentale non sostenga più la causa dello Stato ebraico e abbandoni il suo popolo a se stesso. Probabilmente Polito ha ragione, non fosse che Israele per gli ultimi quarant’anni ha seguito una politica di ritiro unilaterale dei territori contesi e di offerta di costituire un altro Stato arabo al suo fianco, il quinto praticamente. La risposta è stata Hamas e il sette ottobre, quarant’anni di bombe sui suoi confini, perché appunto, sono i suoi confini naturali la pietra dello scandalo, non i due chilometri in cui si è estesa verso il Giordano. Tutti ce l’hanno con Netanyahu e sicuramente Netanyahu sarà il male assoluto, ma è il politico che ha detto basta alla scelta di cedimento condotta dai laburisti prima e da Sharon poi. Il che significa che se Israele deve comunque morire, lasciate almeno che sia Israele a scegliere come farlo. Altrimenti chiediamo intanto ad Hamas, che è già diventato un interlocutore dell’opinione pubblica europea, di liberare gli ostaggi. Poi semmai chiederemo di fermare l’offensiva dell’esercito israeliano e non il contrario.

Foto pixabay | CC0

Tags: genocidioIsraele
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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