Pierre Zanin della direzione nazionale ci ha inviato il seguente articolo
La crisi dello Stretto di Hormuz riporta al centro dell’attenzione una realtà che troppo spesso la politica italiana tende a dimenticare: l’energia non è soltanto una questione economica o ambientale, ma un tema di sicurezza nazionale.
In questo quadro, alcune delle misure invocate nel dibattito pubblico appaiono poco convincenti. Condividiamo, ad esempio, le considerazioni svolte da Davide Tabarelli sulla scarsa utilità di un taglio delle accise come risposta all’aumento dei prezzi dei carburanti.
Se ci troviamo di fronte a uno shock energetico che potrebbe protrarsi per mesi o addirittura anni e che, nei casi più estremi, potrebbe rendere necessario il ricorso a forme di razionamento dei consumi, la risposta non può essere quella di incentivare ulteriormente l’utilizzo dei carburanti attraverso costose riduzioni fiscali temporanee. Sarebbe una misura onerosa per la finanza pubblica e contraddittoria rispetto all’obiettivo di contenere la domanda energetica.
Più sensato sarebbe intervenire sul lato dei consumi, favorendo tutte quelle misure capaci di ridurre gli spostamenti non necessari. In questo senso, il rafforzamento dello smart working nelle grandi imprese e nella pubblica amministrazione potrebbe rappresentare uno strumento efficace e immediatamente disponibile per contribuire alla riduzione dei consumi di carburante, come peraltro suggerito dalla Commissione europea.
Allo stesso modo, appare impropria l’ipotesi di utilizzare i fondi di coesione europei per finanziare interventi emergenziali sul costo dell’energia. Quelle risorse sono destinate a ridurre i divari territoriali e a sostenere investimenti strutturali per la crescita. Destinarle a misure temporanee significherebbe indebolire proprio quegli strumenti che servono a rafforzare nel lungo periodo la competitività del Paese.
La vera risposta alla crisi di Hormuz deve essere un’altra: accelerare il percorso verso una maggiore autonomia energetica nazionale.
Per questa ragione giudichiamo positivamente l’impegno assunto dal Governo e dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, di approvare entro la fine dell’anno il disegno di legge sul nucleare e i relativi decreti attuativi.
Nei mesi scorsi avevamo già auspicato un’accelerazione dell’iter. Oggi gli sviluppi dello scenario internazionale confermano quanto quella scelta sia necessaria. Condividiamo l’affermazione della Presidente del Consiglio secondo cui l’autonomia e la diversificazione delle fonti energetiche costituiscono una questione di sicurezza nazionale.
Per il Partito Repubblicano Italiano si tratta, peraltro, di una posizione storicamente coerente. Nel referendum del 1987 il PRI si schierò contro l’abrogazione delle norme che consentivano la produzione di energia nucleare in Italia, riconoscendo già allora il valore strategico di questa tecnologia per l’indipendenza energetica del Paese.
Oggi, grazie all’evoluzione tecnologica, la prospettiva appare ancora più concreta. L’Italia dispone di competenze scientifiche, capacità industriali e filiere produttive che possono consentire la realizzazione dei primi SMR (Small Modular Reactor) entro il prossimo decennio. L’obiettivo del 2035 non è fuori della realtà. Infatti, non si parte da zero: esiste un ampio patrimonio di conoscenze e capacità industriali che va valorizzato e messo rapidamente a sistema. Per un Paese manifatturiero come l’Italia, la disponibilità di energia abbondante, stabile e competitiva rappresenta inoltre una condizione essenziale per sostenere la crescita economica e la competitività del sistema produttivo
Naturalmente il nucleare, da solo, non basta.
Se l’obiettivo è rafforzare l’autonomia energetica nazionale e ridurre nel tempo il costo dell’energia per famiglie e imprese, occorre procedere simultaneamente lungo tre direttrici: nucleare, energie rinnovabili e sistemi di accumulo energetico. Lo sviluppo degli impianti da fonte rinnovabile e delle infrastrutture BESS deve avanzare con la stessa determinazione con cui si intende rilanciare il nucleare.
In questo campo un ruolo decisivo spetta alle Regioni e agli enti locali. L’attuale riparto costituzionale delle competenze richiede infatti una collaborazione istituzionale efficace per superare ritardi autorizzativi e ostacoli burocratici che continuano a rallentare investimenti essenziali per il futuro energetico del Paese.
In conclusione, la crisi di Hormuz ci ricorda che la sicurezza energetica non si costruisce con misure emergenziali o sussidi temporanei. Si costruisce con investimenti, infrastrutture, innovazione tecnologica e scelte strategiche di lungo periodo. È questa la strada che l’Italia deve imboccare con decisione, se vuole trasformare una crisi internazionale in un’occasione per rafforzare la propria indipendenza economica e la propria sicurezza nazionale.
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