Pierre Zanin ci ha inviato il seguente articolo a cui si replica in fondo
L’approvazione alla Camera del disegno di legge delega sul nucleare rappresenta un passaggio importante per la politica energetica italiana e merita una valutazione positiva. Auspichiamo ora che il Governo completi rapidamente il percorso normativo attraverso l’emanazione dei decreti legislativi previsti dalla delega, così da consentire entro tempi certi l’avvio delle procedure necessarie per il ritorno dell’Italia alla produzione di energia elettrica da fonte nucleare. La crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina prima e le tensioni nello Stretto di Hormuz poi hanno dimostrato quanto sia vulnerabile un Paese fortemente dipendente dall’estero per il proprio approvvigionamento energetico. In questo contesto, il nucleare non rappresenta certo una scelta alternativa alle fonti rinnovabili o al gas naturale, ma piuttosto un elemento complementare di una strategia volta a garantire sicurezza degli approvvigionamenti, stabilità del sistema elettrico e maggiore autonomia nazionale. Particolarmente interessante appare l’impostazione tecnologica contenuta nella delega, che guarda alle nuove generazioni di impianti nucleari. L’attenzione è infatti rivolta soprattutto agli SMR (Small Modular Reactor) e agli AMR (Advanced Modular Reactor), tecnologie caratterizzate da dimensioni più contenute, elevati standard di sicurezza e maggiore flessibilità operativa rispetto alle centrali tradizionali. In particolare, gli AMR costituiscono il principale terreno di sviluppo tecnologico su cui stanno investendo realtà industriali innovative come Newcleo, che vede nell’Italia uno dei possibili protagonisti europei della nuova stagione nucleare. Per il Pri questa scelta rappresenta anche una conferma storica. Nel referendum del 1987, così come in quello del 2011, ci schierammo contro l’abrogazione delle norme che consentivano la produzione di energia nucleare nel nostro Paese. Una posizione spesso minoritaria nel dibattito pubblico ma che oggi appare lungimirante. L’interesse nazionale impone infatti di affrontare il tema energetico con uno sguardo rivolto ai prossimi decenni e non alle prossime scadenze elettorali. L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania. Per consolidare questa posizione, intende sviluppare ulteriormente il proprio ruolo nei settori del supercalcolo, dell’intelligenza artificiale, dei data center e delle tecnologie avanzate. Tutte attività caratterizzate da una domanda crescente di energia elettrica affidabile, continua e competitiva. In questa prospettiva, il ritorno al nucleare non rappresenta una scelta ideologica ma una necessità “sistemica” del Paese. Sul piano politico, il voto parlamentare offre alcuni spunti di riflessione. Consideriamo coerente il sostegno espresso da Azione, che da tempo sostiene la necessità di reinserire il nucleare nel mix energetico nazionale. Più difficile da comprendere appare invece la scelta di astensione di Italia Viva, soprattutto alla luce delle posizioni favorevoli espresse in passato da numerosi esponenti del partito. Ancora più significativa è la contrarietà espressa dalle forze del cosiddetto Campo largo. Si tratta di una posizione che impone una riflessione seria sul modello di sviluppo economico che queste forze immaginano per l’Italia. Dopo aver sperimentato gli effetti degli shock energetici derivanti dalla guerra in Ucraina e dalla crisi di Hormuz, dopo aver constatato il peso che il costo dell’energia esercita sulla competitività delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie, risulta difficile comprendere come si possa continuare a escludere una tecnologia che gran parte delle economie avanzate considera ormai parte integrante della transizione energetica. Naturalmente il nucleare non basta. Occorre procedere simultaneamente sullo sviluppo delle energie rinnovabili, delle infrastrutture di accumulo energetico (BESS, Battery Energy Storage System) e delle reti di trasmissione. Ma proprio per questo il dibattito dovrebbe concentrarsi su come garantire all’Italia energia abbondante, sicura e competitiva, non su contrapposizioni ideologiche che appartengono al passato. La vera questione non è essere favorevoli o contrari al nucleare, ma stabilire se l’Italia intenda continuare a essere una grande economia manifatturiera e tecnologica oppure accettare una progressiva perdita di competitività industriale.
A distanza di tre giorni da un primo articolo sul tema, Zanin replica il suo punto di vista sull’azione del governo che riproduciamo volentieri. Zanin non è il responsabile energia del Pri e quindi tutta la materia sarà rimessa al prossimo dibattito congressuale. La direzione politica della voce repubblicana, osserva solo che la drammaticità della questione energetica in Italia risale già ai primi anni duemila, tanto che la coalizione di centrodestra nel 2008 era già in ritardo nel recupero del programma nucleare e questo senza bisogno di una guerra in Ucraina o un blocco di Hormuz. Visto il costo energetico delle bollette del 2022 il nuovo governo della Repubblica ad inizio legislatura avrebbe dovuto presentare un piano complessivo per fronteggiare una simile crisi. Il governo si è baloccato quattro anni con il cosiddetto piano Mattei. Su una cosa Zanin ha ragione, il solo nucleare per quanto importante, non basta. Non basta anche perché con il senno di poi il gran piano del ministro Pichetto Fratin, se si realizza, si realizza nel 2036. Campa cavallo. Nel frattempo non è stato fatto niente sulle rinnovabili e l’unica idea del governo è lo sforamento di bilancio. Il resto sono vuote ed inutili parole d’ordine che confliggono con le indicazioni dell’Unione europea ancora appena espresse dal commissario Dombrovskis . rb







