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Il nove ottobre scorso la Nato ha diffuso le fotto del sottomarino russo Novorossiysk della classe Kilo, emergere davanti alle coste della Bretagna in avaria. Mestamente si sta avviando verso casa, pattugliato dalle fregate dell’Alleanza. Quattromila chilometri di navigazione in superficie. La Russia non dispone più di basi nel mediterraneo e poiché nel mar Nero sarebbe un bersaglio troppo facile per l droni ucraini, il Novorossiysk fa il giro più largo.
Quando russi e americani discussero il primo Salt, la riduzione degli armamenti atomici, Washington non si preoccupò gran che dei sottomarini. Li giudicava troppo obsoleti per rappresentare un’autentica minaccia, ed era il 1972. Da allora la Russia è diventata la prima potenza sottomarina nel pianeta, in quanto dispone più unità di chiunque altro. Il problema è che come negli anni ’70 del secolo scorso, non le servono a niente. Il Novorossiysk era l’unico rimasto di stanza nel Mediterraneo, l’altro era stato affondato da Kyiv e senza più la base di Tartuss deve tornare nel Baltico per le riparazioni. Solo per questo Putin, che ci ha una autentica ossessione per i sottomarini, ne fa costruire almeno uno all’anno, dovrebbe interrompere la guerra. Della Crimea, se non può attraversare in sicurezza il mare di Azov, può farci giusto un centro turistico.
Quando Putin ha telefonato a Trump per congratularsi dell’esito del vertice di Sharm El Sheik, il presidente statunitense avrà avuto alla sua scrivania il rapporto beffardo della Nato sulle disgrazie del Novorossiysk. Per non parlare di quelli quotidiani secondo cui in Donbass i russi sono ridotti alle cariche a cavallo. Di sicuro Trump non ha nessuna voglia di dare i Tomahawk a Zelensky, perché già la Russia è costantemente sotto attacco dei droni ucraini. Gli arrivasse addosso anche un missile di quel genere, non è un intercettore come il Patriot, Mosca finirebbe nel mirino. Visto lo stato della contraerea russa, la stessa impiegata senza successo in Iran, sarebbe un bel guaio in termini di vite umane.
Qui da noi ancora non si è capito che Trump le sta tentando tutte per evitare un conflitto russo ucraino più aspro di quanto si sia già rilevato finora. L’America, a cominciare dal nuovo nome adottato per il dicastero della Difesa, ora si chiama della Guerra, è già pronta ad ogni evenienza. Basterebbe seguire la dislocazione delle sue truppe strategiche di questi mesi per accorgersene. L’eventuale invio dei Tomahawk, sarebbe il segnale che si entrerebbe nella fase dello scontro diretto, il che non significa necessariamente la guerra nucleare. L’impiego di armi convenzionali non la rende automatica. In compenso, la prospettiva diventerebbe tangibile.
La Russia voleva fare una rapida e indolore operazione speciale in Ucraina, non certo arrivare ad un conflitto biblico dove non ha la possibilità di sopravvivere. Per cui c’è ancora un qualche margine di mediazione, grazie alla sola resistenza opposta in questi tre anni. Il vero problema per Putin è quello di non perdere la faccia davanti alla sua popolazione, dovendo ammettere che le ha imposto sacrifici per niente, che ha perso persino il raggio di azione nel Mediterraneo, cacciato come è stato dalla Siria. Per quanto Trump cerchi di fare davvero il possibile per indorargli la pillola, l’alternativa resta quella di perdere, in senso letterale, la testa. Giunti a questo punto, anche in tempi piuttosto rapidi.
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