Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo intervento dell’amico Gambioli
Dal 2001 è prevista la possibilità di modificare i propri rapporti tra Stato e le singole regioni (la riforma del Titolo V°), approvato con un referendum COSTITUZIONALE. Referendum senza un quorum ed era sufficiente un voto in più tra i votanti per bocciarlo o confermarlo. La prevalenza dei SI fu del 64,2% con un’affluenza di appena il 34,1% degli aventi diritto.
Ora chi si oppone alla legge approvata dall’attuale Parlamento può ricorrere al solo referendum ABROGATIVO. Questo, a differenza del costituzionale, prevede un quorum al 50% del totale degli elettori aventi diritto e se non raggiunto resta in vigore la legge approvata.
Uno scoglio non indifferente, dato che molto probabilmente più del 50% degli elettori italiani diserteranno l’urna, visto le ultime affluenze non certo rassicuranti.
La preoccupazione di non raggiungere il quorum del 50% sta portando alcune associazioni e partiti a desistere dal sostenere il referendum anche se sono contrari alla legge dell’autonomia differenziata votata dal governo Meloni.
Alcuni motivi sono strettamente politici mentre altri giuridici.
Tra le motivazioni politiche più frequenti sono quelli di non dare una vittoria e quindi ossigeno a un governo in difficoltà con un flop del referendum poiché ipotizzano per certo il mancato raggiungimento del quorum.
Tra le motivazioni giuridiche, anche se il referendum invece fosse vinto e questa legge venisse bloccata, rimane sempre in vigore la riforma costituzionale del Titolo V del 2001 che regola l’autonomia delle regioni e quindi senza colpo ferire si può ripresentare una nuova legge e come il gioco dell’oca ci ritroveremmo al punto di partenza.
Considerazioni giuste ma con questa logica se non ci fosse nessuno che protesta, se nessuno raccogliesse le 500 mila firme o nessuna regione si sentisse penalizzata, dato che l’art 75 della Costituzione stabilisce che 500.000 cittadini o 5 Consigli regionali possono proporre l’abrogazione di una legge, allora questa nuova legge sull’autonomia differenziata verrebbe percepita come giusta dalla maggioranza degli italiani. Senza alcun segnale di protesta questo governo sarebbe autorizzato a spingere ancora di più sull’autonomia delle regioni fregandomene del pericolo di spaccare una nazione già sofferente tra Nord e Sud.
Sarebbe autorizzato a ignorare ancora di più i famosi LEP (livelli essenziali delle prestazioni), una vera presa in giro, sia perché ci sono sempre stati e non sono una novità come si vorrebbe far credere (nella Costituzione, rientrano tutti quei «diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale») ma purtroppo mai veramente mai attivati, sia perché nessuno sa veramente come si applicano.
Un Comitato apposito (CLEP), nominato da Calderoli per pianificare i LEP, composto da 61 esperti e presieduto dall’ex giudice della Corte Costituzionale Sabino Cassese nelle conclusioni di un rapporto di 140 pagine presentato a ottobre 2013 dichiara testualmente «L’attività svolta può dunque definirsi come un’esplorazione “in terre incognite”… ».
Sempre sui LEP, come ha evidenziato in un’audizione in Senato la Banca d’Italia, rimane poi aperta la questione come le prestazioni saranno finanziate e come adeguatamente erogate sul territorio in funzione alle diverse esigenze territoriali. E qui si aggiungono ulteriori problemi di aumento di spesa pubblica con il rischio di provocare un effetto contrario a quanto auspicato dai sostenitori della nuova legge dell’autonomia al punto da far male sia al Nord che al Sud.
Sostenere il referendum mette in luce le distorsioni e i rischi che questa nuova legge sull’autonomia comporta, tiene alto il dibattito e rende consapevole il cittadino dei rischi a cui va incontro.
Questo a mio avviso dovrebbe essere l’impegno civico di chi è contrario al questa sciagurata legge spacca Italia, indipendentemente se si raggiungerà o meno il quorum.
Una grande partecipazione (in 72 ore sono già 200 mila le firme raccolte) fungerà da stimolo per correggere le storture originate della riforma del Titolo V.







