Il geografo Paolo Casetti ci ha inviato il seguente articolo che pubblichiamo volentieri
Il concetto di confine accompagna costantemente la nostra esistenza. Ogni giorno lo percepiamo decidendo di volta in volta come interagire con esso; attraversarlo o sperando di attraversarlo, fermandoci dinnanzi o evitarlo; ci può dare sicurezza o un senso di timore. Sono molteplici gli ambiti della vita quotidiana che ci ricordano la sua esistenza: dalla immancabile linea rossa con l’invito, più o meno perentorio, a non superarla, alla porta della nostra casa o al recinto che delimita una proprietà privata.
Dal divieto di accesso ad una strada, al varco di frontiera presso un confine di Stato. Il confine può essere anche immaginario e si attiva in situazioni nelle quali la consuetudine o la nostra percezione ci richiede di “stare lontano da…”
Noi stessi viviamo la nostra quotidianità indossando un confine personale che è il raggio di quella sfera ideale centrata sulla persona e che, come spiegato dai principi dalla prossemica, individua le quattro distanze (in ordine crescente intima, personale, sociale, pubblica) con le quali interagiamo con gli altri. Nel Mondo Antico, tracciare un confine con l’aratro, sugellava il legame tra la terra il cielo, in quanto si riteneva che il sito dove tracciare il confine fosse scelto dagli dèi e colui che tracciava il solco che delimitava la nuova città era un sacerdote, il Rex che investito dal potere, dava anche una regula per distinguere da quel momento ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.
Il confine tracciato non separa dunque solamente una porzione di territorio dagli altri, ma crea una frattura che raggiunge diversi ambiti come quello religioso andando a stabilire ciò che è divenuto sacro da ciò che è profano; come l’ambito morale stabilendo ciò che è corretto da ciò che non lo è, come l’universo temporale stabilendo un prima ed un dopo. Si intravede in ciò un primordiale atto di violenza che da allora si perpetua nel tempo fino ai nostri giorni. Tracciare un solco sul terreno significa causare una ferita in esso strappando via tutto ciò che si incontra.
Varcare il solco, dunque varcare il confine che esso rappresenta, è il momento centrale di tutta la vicenda. L’atto del varcare il solco scavato da qualcuno ha significato mettere in discussione il potere che quel qualcuno stava esercitando su quella parte di suolo; in ogni confine vi sarà sempre un motivo di attrito come se, da quel lontano giorno in cui l’uomo tracciò per la prima volta il suo sulcus primigenius, la storia cambiò per sempre.
Tuttavia, forse inconsapevolmente, nonostante le continue manifestazioni di malessere per una perdita di identità percepita, i luoghi di confine applicano da sempre l’unica arma vincente possibile ovvero la resilienza.
Saper resistere, adattarsi e riadattarsi alle mutazioni sociali ed economiche, anche traumatiche, che possono avvenire tra i due lati di un confine. Eppure, dalla notte dei tempi si arriva alla tragedia tra gli uomini quando un confine viene considerato violato o violabile, portando con sé distruzione, morte e odio, come ad esempio riportano le attuali cronache sulla guerra attuale tra l’Ucraina e la Russia.
Il confine, da quando l’uomo l’ha tracciato sul terreno per la prima volta, porta con sé la contraddizione tra un segno necessario per la propria identità ma anche il desiderio violento di attraversarlo per conquistare ciò che è oltre e di altri; l’Imprescindibile contraddizione del confine ma anche, in definitiva, della natura umana.
licenza pixabay







