Roberto Lacchini ci ha inviato la seguente lettera che pubblichiamo volentieri
Caro Direttore, credo ci sia una differenza sostanziale, spesso ignorata nel dibattito quotidiano, tra flessibilità e indeterminatezza politica. La prima è una virtù della politica matura; la seconda è il suo surrogato opportunistico.
Il repubblicanesimo italiano, fin dalle sue origini risorgimentali, ha sempre praticato la prima e diffidato profondamente della seconda. Il Partito Repubblicano non nasce come forza di intermediazione permanente, ma come soggetto portatore di idee strutturali: laicità dello Stato, primato delle istituzioni, europeismo come destino politico, collocazione atlantica come garanzia di libertà. Idee che non sono mai state subordinate alla convenienza del momento, né sospese in attesa di “salvo intese”. Eppure oggi la politica sembra preferire costruzioni elastiche, contenitori trasversali, luoghi di incontro dove tutto è rimandato: identità, collocazione, scelte decisive. Si chiede adesione prima della chiarezza, fedeltà prima delle idee. È una logica che può forse funzionare per movimenti personali, nati e cresciuti sull’ambiguità come metodo, ma che entra in rotta di collisione con una cultura politica repubblicana, storicamente fondata sulla responsabilità della scelta.
In particolare, sul terreno decisivo della politica internazionale, l’ambiguità diventa un problema politico serio. Non esiste un europeismo credibile che non dica cosa pensa dell’Unione come soggetto politico. Non esiste un atlantismo serio che conviva con esitazioni, distinguo continui, neutralismi mascherati da prudenza. E non esiste una cultura repubblicana che possa accettare una collocazione “variabile” su temi che riguardano la difesa delle democrazie liberali.
Il repubblicanesimo ha sempre saputo dialogare, anche con interlocutori lontani. Lo ha fatto senza complessi di superiorità e senza pregiudiziali ideologiche, ma pretendendo chiarezza. Quando questa è venuta meno, la storia insegna che il dialogo si è trasformato in subalternità, e l’alleanza in semplice strumento altrui. Per questo le costruzioni politiche fondate sull’indefinitezza non rafforzano chi vi aderisce: lo consumano. Sono alleanze che non chiedono di condividere un progetto, ma di occupare uno spazio; non chiedono di scegliere, ma di attendere. In questo senso, diventano mangime per polli: nutrono l’illusione di contare qualcosa, mentre si rinuncia a incidere davvero.
Essere repubblicani oggi non significa irrigidirsi in una testimonianza sterile, ma nemmeno dissolversi in formule accomodanti. Significa ricordare che la minoranza è una condizione politica, non morale, e che la chiarezza paga nel tempo molto più dell’adattamento permanente. Senza identità e senza collocazione nette non si costruiscono alleanze: si galleggia. E il galleggiamento, per una tradizione nata dal Risorgimento e cresciuta nella responsabilità di governo, non è mai stato un orizzonte accettabile.







