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L’attacco all’Occidente

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
12 Settembre 2024
in L'editoriale
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Bisogna essere riconoscenti al presidente del Consiglio italiano che ha detto benissimo dell’11 settembre, “un attacco all’Occidente”, quando in realtà qualcuno pensò che fosse un attacco all’America e che magari l’America se lo fosse anche meritato.

A quei tremila morti indiscriminati avuti in poche ore drammatiche, l’America reagì con particolare determinazione, prima rovesciando rapidamente il regime talebano, complice e protettore dello sceicco Bin Laden che aveva rivendicato l’attentato, poi attaccando l’Iraq le cui responsabilità erano dubbie. Tanto è vero che se in Afghanistan l’America trovò l’immediato conforto delle Nazioni Uniti, in Iraq venne subito contestata. Non c’erano prove sufficienti sulla base degli stessi rapporti dell’intelligence statunitense, di correlazioni fra il regime di Saddam ed Al Quada, soprattutto, quando il leader britannico Tony Blair disse che l’Iraq era in grado di colpire l’Europa in 15 minuti, disse una menzogna. Non parliamo poi di tutte le implicazioni finanziarie che vennero attribuite agli Stati Uniti per via dei giacimenti petroliferi e quant’altro, delle tecniche di combattimento impiegate e per finire della gestione dei diritti dei prigionieri, da Guantanamo ad Abu Grahib. Tempo sette anni e Obama avrebbe vinto le elezioni con lo slogan di voler recuperare l’onore perduto dell’America nel mondo. Non fosse bastato, una volta divenuto presidente, Obama si recò all’Università del Cairo offrendo la mano tesa a chiunque gliela avesse voluta stringere.

A coloro che sono indignati per la reazione israeliana all’attacco di Hamas dell’ottobre dell’anno scorso, fra cui la stessa amministrazione americana democratica, bisogna far notare che quella del governo statunitense di allora fu addirittura forsennata. Israele sta attaccando due aree limitate al suo confine in cui sono nascosti gli ostaggi ancora sequestrati. L’America cosa andava a fare in Iraq, che era dall’altra parte del mondo?

Come si sa in Iraq non c’erano armi di distruzioni di massa, quasi che le armi di distruzioni di massa dovessero essere conservate in un qualche deposito. Invece si trovarono terroristi di ogni genere. Abu Nidal l’ultima volta era stato arrestato in Italia, l’assassino dell’ebreo americano Klinghoffer, viveva tranquillamente a Bagdad. Se non c’era Bin Laden in Iraq, stranamente tutto il vertice di al Qaeda, si, da al Zirqawi, alle galassia della futura Isis, quella che Obama considerava la lega B del terrorismo internazionale. Mentre una volta sgomberate Kabul e Kandahar, non si comprese bene cosa ci facesse ancora l’America in Afghanistan, dal momento che i talebani si erano dileguati nei loro villaggi o trasferitesi al di là del confine pakistano e i marines non potevano fare la guerra ai civili. Sono studenti i talebani, mica militari. Tempo dieci anni, ci si accorse che Bin Laden non stava sulle montagne afghane ma in un tranquillo resort ad Abbottabad. In verità la terribile reazione statunitense contro la minaccia terroristica era stata ancora moderata. Si sarebbe per lo meno dovuto colpire anche il Pakistan, dato che Bin Laden doveva pur avere correlazioni con il governo di quel paese, per soggiornarvi. Obama chiese scusa all’universo mondo, nessuno chiese scusa agli Usa. Anche per questo fanno piacere le parole del capo del governo italiano che speriamo sincere.

L’Iran trasse i principali benefici dalla nuova situazione geopolitica, l’America lo aveva liberato in un colpo solo dei suoi due principali nemici ai confini. Eppure gli ayatollah si guardarono bene dal rivedere le loro relazioni, anzi hanno rinfocolato l’odio per Israele, mantenendo quello per gli Stati Uniti. Bisogna essere riconoscenti a Trump che interruppe l’accordo sul nucleare iraniano che Obama aveva pure siglato con la repubblica islamica. La verità è che ancora oggi l’America quando è percepita come Occidente è giudicata un impero in espansione, più o meno con le parole di Kim Jong un, proferite proprio ieri, di una pericolosa minaccia. Lo stesso dice Putin della Nato, quando pure Obama gli lasciò ghermire la Crimea, e che potrebbe ripetere Xi, se il presidente cinese fosse propenso alla medesima malafede. In realtà i cinesi sanno che se c’è un paese che non ha mai avuto appetiti verso la Cina, quello è l’America perfettamente sufficiente a se stessa. Poi ci sono menti sottili, Federico Scaglione, direttore del quotidiano dei vescovi l’Avvenire, che si è esercitato in una formidabile concione per spiegarci che il piano di Draghi per un’Europa più forte e competitiva, “dispiacerebbe”, agli americani. Aggiungi Medvedev, il tirapiedi di Putin, che sogna una nuova guerra civile americana, quando ne combatte una lui senza costrutto, ed il quadro è completo.

Tanta di questa gente l’America non l’ha mai nemmeno vista, non ne ha nessuna idea ed in Italia magari credono sia quella dei film spaghetti western, una industria imponente e di successo allestita nel secolo scorso. Per l’11 settembre vale la pena riprendere le memorie di Stefan Zweig, quando dopo i suoi pellegrinaggi europei sbarcò su quel continente. Zweig non parlava un grande inglese e varcato l’Atlantico era un perfetto sconosciuto, eppure in una settimana ebbe tre offerte di lavoro, le più disparate. Questo perché nonostante un passaporto scaduto, in America non c’erano sindacati, non c’era burocrazia, nessuno ti chiedeva di che religione eri, né da dove venivi. C’era una qualche attività che andava fatta e interessava solo come la facevi. Se ti accordavi con chi te l’offriva, era sufficiente. Certo, erano la fine degli anni trenta del secolo scorso, cioè quando l’Europa era una specie di regime di polizia. Dal che si dovrebbe capire perché l’Occidente sia rimasto sostanzialmente diviso e l’America ancora oggi produca il sessanta per cento in più dell’Europa, intenta a discutere delle ricette di Draghi che avrebbe dovuto mettere in pratica 4 anni fa.

licenza pixabay

Tags: Americaoccidente
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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