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Fascismo rosso

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
30 Ottobre 2024
in L'editoriale
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Saremmo volentieri passati sopra all’anniversario della marcia su Roma, che va considerato come il giusto epilogo del fallito tentativo unitario di casa Savoia, non fosse stato per una citazione del sottosegretario all’Istruzione, Frassinetti, con il cattivo gusto della provocazione. “Il fascismo immenso e rosso” di una lettera di Brasillach, è uno schiaffo in pieno volto alla democrazia europea. Brasillach fu un caso controverso per chi se lo ricorda. Come mai De Gaulle non graziò questo occhialuto trentacinquenne con ll visetto paffutello ed infantile che non aveva mai tenuto in mano una pistola? Brasillach svolgeva per Vichy la funzione di delatore della Gestapo e la Francia consegnò ad Heydrick più ebrei di quanti ne avesse richiesto. Ai bambini, non pensò la Gestapo, pensarono Brasillach ed i suoi camerati. Se però uno crede che Brasillach fosse un gretto e rozzo antisemita come ce n’erano a iosa nell’Europa dell’est, pronto a stendere un ebreo a bastonate per strada, sbaglia completamente valutazione. Brasillach è un cultore della lingua francese più unico che straordinario e se si dovesse fare una scala dei migliori romanzieri del ‘900, Brasillach come il suo sodale Drieu la Rochelle, occupa i primissimi posti. Uno legge il Mein Kampf e nota un’accozzaglia di idee raccogliticce espresse in cattivo tedesco ed è difficile da credere che davvero mai qualcuno si sia sobbarcato di finire un simile intruglio. Leggere Brasillach significa immergersi in un capolavoro di stile linguistico, aria fresca.

In Italia causa il marxismo ed il partito comunista italiano ci si è convinti facilmente che il fascismo non fosse un’idea, come ebbe modo di dire una volta il presidente Pertini, il fascismo era la negazione di tutte le idee. Di conseguenza, senza idee, nessuna cultura sarebbe possibile. Il prototipo fascista residuo, vedi l’onorevole Saccucci, erano militari dal grilletto facile, oppure Teodoro Bontempo, un noto picchiatore. Rauti, processato per decenni in concorso stragista. Almirante indossava il doppio petto giusto per darsi una riverniciata. La controprova? Una famosa frase del maresciallo Goering, se sento la parola cultura, metto mano alla pistola. Giaime Pintor, che pure era fascista fino al 1943, e stranamente un intellettuale spiegava più che esaurientemente nel suo Sangue d’Europa, come “i poeti del Reich erano i soldati del Reich”. Tecnicamente, esatto, eppure che poeti. Gottfried Benn, Ernst Junger. Per non parlare dei filosofi, Martin Heidegger, un predecessore nella Foresta nera di Brasillach più fortunato. Heidegger è stato studiato per decenni nelle università italiane quando l’altro era stato fucilato. E non era forse un pensatore più straordinario di Heidegger, Giovanni Gentile? Gentile negli anni venti del secolo scorso fu il più importante filosofo europeo capace di oscurare completamente Benedetto Croce, rendendolo insignificante per le giovani generazioni, non ai soli fascisti, ma anche ai liberali, Gobetti, ai trotzkisti, Gramsci.

Della marcia su Roma, Renzo De Felice, che guarda caso, veniva contestato nelle università, scrisse che fu una riedizione della marcia su Versailles. Mussolini non era solo un violento, era un teorico della violenza, aveva letto Sorel e conosceva la Rivoluzione francese. La marcia su Roma ebbe gli stessi aspetti straccioni e carnevaleschi di quella allestista dal duca di Orleans. Entrambe le marcie dovevano suscitare effetto, intimidire la monarchia, conquistare il governo. Programmate e non spontanee si sarebbero potute reprimere facilmente da Lafayette, come da Facta.. La marcia su Roma, fu dunque un fenomeno di successo che trovava anche un altro precedente più recente, la presa del Palazzo di Inverno, a San Pietroburgo. Hitler che provò lo stesso tentativo a Monaco, fallì miseramente, l’anatroccolo zoppo. Intanto si perseguiva la stessa simbologia che il fascismo voleva culturale eccome. Il fascio littorio delle legioni romane, già riesumato nel giacobinismo francese, è un fenomeno culturale. Hitler che aveva più conoscenze artistiche che storiche letterarie, supererà persino Mussolini. La svastica, è un simbolo dell’antica Persia che significa prosperità. Si possono trovare svastiche ricamate sui tendaggi di seta del primo ottocento. Quello che è peculiare di Hitler è il solo disegnarla in un campo rosso.

C’era dunque un fondato motivo per eliminare Brasillach come ce n’era uno altrettanto per eliminare Gentile, ovvero strappare al fascismo i suoi connotati culturali e nascondere la sua radice rivoluzionaria. Il fascismo era solo più un fenomeno di stabilizzazione borghese e capitalista. Eppure la citazione di Brasillach legava le due rivoluzioni, quella europea e quella orientale che si congiungevano idealmente nel medesimo orizzonte di rigenerazione dell’umanità. Quando Hitler era entrato a Parigi, il quotidiano comunista l’Humanitè lo accolse con articoli di entusiasmo, e a Vichy c’erano radicali e socialisti negli uffici dell’amministrazione, un giovanissimo Mitterand. Meglio dare un colpo di spugna su tutto questo. Far dimenticare l’alleanza fra Hitler e Stalin del 1939, l’ammirazione sovietica per il Duce. L’Urss fu la prima nazione a riconoscere diplomaticamente il regime fascista.

Ora in Italia si ritrova un personale di governo che rispolvera Brasillach. Non si creda di aver a che fare con dei poveri ignorantoni che stentano a parlare un italiano corretto. Al fascismo erano appartenuti Curzio Malaparte, Pier Paolo Pasolini, e persino Montanelli, per non citare altri raffinanti conoscitori delle belle lettere. Norberto Bobbio, un pilastro del pensiero democratico repubblicano, scriveva con riverenza a Mussolini per ottenere una cattedra. Vero che uno ascolta Giuli e vede Sangiuliano e non riesce a capacitarsi della dimensione complessa del fascismo, ma questo perché il marxismo aveva interesse a nasconderla in modo da non mostrare la sua complicità e si capisce pure, si credeva di aver archiviato quell’epopea funesta. Sottovalutarla ora dove al ministero della Cultura c’è un giovane che si chiama Merlino, per anni si è discusso se il padre fosse nazista o maoista, sarebbe un po’ come tornare ad essere abbagliati da quel sole immenso e rosso.

lincenza pixabay

Tags: BrasillachFrassinetti
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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