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La sfiducia

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
12 Febbraio 2025
in Attualità / Politica
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Se si dovesse presentare una mozione di sfiducia sul caso Almasri, questa non andrebbe rivolta al ministro Nordio, piuttosto che al ministro Piantedosi. La mozione di sfiducia va direttamente presentata al presidente del Consiglio. Le stesse opposizioni hanno lamentato l’assenza dell’onorevole Meloni in aula. Che senso ha dunque prendersela con il ministro Nordio? Nordio è solo un portavoce e nemmeno si è preoccupato di coordinare il suo intervento con le dichiarazioni del suo collega dell’Interno.

Si vorrebbe sfiduciare Nordio, che non recepite le indicazioni dell’Aia, alimenta una polemica con la Corte ed adesso deve andare a spiegarsi con le orecchie basse per non venire comminato da una procedura nei suoi confronti. Perché mai allora tenersi Piantedosi, un ministro dell’Interno che dichiarato un individuo pericoloso, invece di tenerlo in galera sulla base di un mandato internazionale, lo rispedisce e con tanto di aereo di Stato, dove è libero di esercitare i crimini per cui è ricercato? Piantedosi è l’unico ministro degli Interni al mondo ad avere seguito una simile linea di condotta, indegna della Repubblica italiana. In confronto, Nordio è un gigante del diritto e della legalità, a cui dover stendere il tappeto rosso. Lo stesso sciorinato per Almasri mentre si sbeffeggiava il tricolore dell’areo che lo ha riportato alla sua tribù di mozza orecchie.

Nordio e Piantedosi non sono responsabili di quanto avvenuto. Solo il capo del governo è responsabile. L’onorevole Meloni avendo maggiori capacità politiche dei suoi ministri, ha ritenuto ben opportuno nascondersi dietro di loro. Capisce benissimo che il pasticcio lo ha fatto lei con il suo governo, non la corte Penale internazionale. E parlare di pasticcio in queste condizioni, è un eufemismo. C’è un argomento bellissimo usato dalla maggioranza, di cui è testimone l’acuta perspicacia dell’onorevole Gasparri. Perché la Corte ha consentito ad Almasri di girare tranquillamente mezza Europa e poi ha chiesto all’Italia di arrestarlo. Questione davvero cruciale da porre ai magistrati inquirenti, dopo che si era consegnato loro Almasri e non dopo averlo lasciato scappare. Si può discutere finché pare e piace della malevolenza dei tribunali internazionali nei riguardi dell’Italia, mai si voglia togliere all’onorevole Gasparri tale prerogativa. Invece, non si possono disattenderne le direttive, come pure il governo ha fatto deliberatamente.

Perché tanta arrogante incuria da parte del governo? Perché il governo patriottico si vergogna di affidare la sicurezza dello Stato ad un pugno di torturatori oltre frontiera, soprattutto quando trasferisce i migranti in centri di detenzione in altro paese ancora. I magistrati italiani fanno un favore al governo non convalidando i fermi in Albania. Il giorno che li consentissero, inizieranno i problemi veri per ciò che concerne la violazione dei diritti umani. Anche su questi il governo farà un suo elenco?

Si respira un fetore di decadenza tardo imperiale. Invece del piano Mattei, bisognava che si invadesse la Libia e l’Albania. Meglio che essere ridotti nelle condizioni di affidarsi a Stati terzi, considerando che la Libia non è più nemmeno uno Stato in quanto tale. Chi comanda in Cirenaica non comanda a Bengasi, chi comanda a Bengasi, non comanda a Tobruk. Per la verità vi era da sapere se qualcuno comandava oltre al piano del palazzo in cui risiedeva il suo ufficio. E l’Italia si mette nelle mani dei torturatori e degli stupratori che alimentano questa situazione di instabilità politica, militare e civile. L’onorevole Meloni voleva fare la guerra agli scafisti, li ha arruolati.

Davvero non c’è nessuna relazione tra il fascismo e questo governo, hanno ragione tutti coloro che chiedono di piantarla con paragoni storici privi di qualunque senso. Il fascismo in Libia dava la caccia ai predoni, li rinchiudeva in campi di filo spinato a cielo aperto, li torturava in prima persona e appena poteva, tempo un processo sommario, li impiccava. Il governo Meloni ci si allea e magari li invita anche a vedere le partite di calcio.

foto concessa da Enrico Faenza

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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