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Afghanistan, vent’anni sprecati inutilmente

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
17 Agosto 2022
in L'editoriale
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Per quanto sia doloroso ammetterlo, è evidente che ad un solo anno di distanza dal ritiro americano da Kabul, l’Afghanistan è ripiombato in una situazione tardo medioevale che cancella tutti i progressi tentati nei vent’anni di occupazione della Regione. Il fatto che sia stato eliminato con i droni il numero due di al Qaeda, solo pochi giorni fa, dimostra che nemmeno gli accordi di Doha sono stati rispettati, perché la comunità talebana si rimodula politicamente secondo logiche tribali che non consentono nessuna garanzia degli accordi negoziati. Sotto il profilo geopolitico, l’Iraq a confronto è stato un successo, perché l’intervento americano ha reciso una dittatura efferata, che rappresentava il dominio di una minoranza sunnita. Non che l’Iraq sia diventato un modello democratico, ma non rappresenta più un elemento di tensione per l’area, l’eliminazione di Saddam ha portato ad una sorta di normalizzazione.

In Afghanistan non è cambiato niente.  Se i talebani rispetto al loro regime passato  cercano insistentemente una correlazione internazionale, questa  fallisce costantemente. Nemmeno Putin, che corre da Kim Jong il si avvicina ai talebani. Forse il regime non è in grado di comportare una minaccia all’esterno ma la comporta all’interno, negando ogni evoluzione economica e di diritto della società.

Il fallimento occidentale prima che politico, è stato militare. I talebani non dispongono di un esercito regolare, sono studenti figli di contadini principalmente. Tentata una qualche resistenza a Kandahar, considerata città sacra, sono tornati nei loro villaggi. Per quanto ci siano stati negli anni focolai di ostilità nel nord del paese, tutta la loro attività si è concentrata in Pakistan contro l’esercito locale.  Nei primi otto anni di occupazione i talebani hanno potuto constatare la struttura difensiva delle armi occidentali nella regione. Con la presidenza Obama sono poi state formulate regole di ingaggio tali che per le truppe se attaccate era meglio ritirarsi, tanto che è davvero difficile capire perchè gli americani non abbiano lasciato prima il paese. Soprattutto dopo l’offensiva talebana su larga scala del 2009 che venne solo respinta. I problemi fra il generale Petreus e la Casa Bianca, nacquero in quel momento, quando il comando militare si accorse di avere le mani legate per colpire i taleban. Sarebbe stata per lo meno necessaria un’operazione di intensità maggiore a quelle di serch and destroy attuate in Vietnam.

L’America di Obama non ha nemmeno lontanamente pensato a combattere una guerra simile. Ha preferito indicare  una data di ritiro certa a cui l’amministrazione Trump si è piegata e che poi quella Biden ha ultimato. Le critiche a Biden sull’abbandono di Kabul sono immeritate. Nelle condizioni in cui ci si è trovati, impossibile fare meglio. Gli americani non presiedevano nessun territorio se non quello militarizzato in Afghanistan, non erano nemmeno stati in grado di assicurarsi il Mullah Omar, nascosto in un villaggio a poche centinaia di metri da una loro base per anni. I soldati gli passavano accanto senza poter perquisire le abitazioni.

Obama avrebbe fatto meglio a ritirare l’esercito statunitense dall’Afghanistan al momento della sua elezione, tanto più che non c’è nessuna correlazione fra la presenza militare americana in quel paese e la cattura di Bin Laden ad Abbottabad. Altri tredici anni, passati inutilmente, o peggio, vista la corruzione del governo filo occidentale, hanno illuso una parte della popolazione afghana senza che le si desse nessuna forza autentica per difendersi. Sarebbe stata necessaria una guerra di distruzione sistematica e feroce quando la Casa Bianca sosteneva che l’America non faceva guerra  ai civili. Purtroppo, i talebani sono popolazione civile, esattamente come lo erano i vietkong.

Tags: AfghanistanObama
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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