La voce repubblicana ha riportato la battuta di Trump sulla necessità di bombardare Mosca il gennaio scorso. Era un discorso ad una cena elettorale, piuttosto non ci si era accorti di riferimenti alla Cina. Nessun altro quotidiano italiano, ci pare, gli aveva dato importanza. La notizia era trascritta dall’inviato del Washington Post, come il modo con cui Trump criticava l’amministrazione Obama e quella Biden, sottolineando la loro scarsa determinazione. Trump era diventato presidente con la Crimea già occupata durante il precedente mandato presidenziale e Putin lo bombardò subito in Siria, appena Israele ebbe ragione di lamentarsi per le incursioni della aereonautica russa a sostegno di hezbollah. Putin comprese l’antifona. Anche di questo ci si è dimenticati, le bombe sui russi ad inizio primo mandato.
Che l’opinione pubblica italiana non riesca a comprendere il fenomeno Trump va da sé. Trump è un mito della società statunitense degli anni ’80 del secolo scorso e ha poco o nulla di politico. Anzi si è presentato indirettamente al mondo in maniera inquietante. Il protagonista del best seller di Bret Easton Ellis, American Psyco, è un serial killer ammiratore di Trump. La formula di affari e successo del rampante Donald di quell’epoca era comunque qualcosa di inaccettabile per un’America quacchera e calvinista. Attenzione, Trump ha aperto anche a quella, per lo meno nelle sue forme tradizionali. A quel tempo Trump si notò perché si oppose al giudizio di Ronald Reagan sul protezionismo. Reagan, un liberista convinto, voleva abbattere tutti i dazi. Trump gli fece il controcanto, i dazi a me piacciono molto, disse. Questo che viene interpretato oggi come una qualche elaborazione di teoria economica remota di Trump, potrebbe essere stato semplicemente un gusto per il contrario. Trump non è un economista, è un eccentrico. Contro Reagan in America c’era rimasto solo Benny Sander, che candidato alle primarie nel 2007 rilanciò la necessità dei dazi per ricostruire la classe operaia americana e far finire la globalizzazione. Obama mise i dazi per assorbire Sander e Trump ne ha fatto un mantra. Ha così svuotato la principale posizione economica dei suoi avversari e diventato popolare presso la classe operaia che infatti lo vota in massa. Potrebbe darsi che Trump nemmeno sappia cosa siano i dazi, che li minaccia soltanto perché ha scoperto che gli danno il centro dell’attenzione internazionale e tutti, reaganiani come sono diventati, li temono.
Il mondo europeo è rimasto scioccato quando Trump contestò il risultato elettorale ed incitò la folla contro Capitol Hill. Trump era ancora il presidente degli Stati Uniti d’America ed un presidente, anche se ha perso le elezioni, non si mette a minacciare il Parlamento, nemmeno se convinto di essere stato imbrogliato. Il precedente fu quello di Nixon, davvero convinto che Kennedy lo avesse turlupinato nel voto popolare del 1961. Ciononostante Nixon si complimentò immediatamente con il suo avversario. Magari Trump sapeva benissimo di aver perso correttamente e non voleva rinunciare ad una sceneggiata. Trump ama il cinema ed il teatro. Ha attaccato la democrazia si è detto da noi indignati. No. Trunp ha aperto un vulnus istituzionale in nome della democrazia, l’esatto contrario. Cioè Trump ha alimentato l’idea che del sistema politico non ci si possa fidare, che solo lui rappresenta veramente il popolo americano. Se Trump voleva colpire la democrazia, da presidente in carica, chiedeva all’esercito di occupare Capitol Hill, non alla cittadinanza. Allora a tutti gli effetti avrebbe fatto un colpo di Stato, invece di una piazzata alla Marat. Un po’ il suo precursore politico. Chi ha violato la democrazia e gravemente è stato invece il partito democratico rimuovendo un presidente in carica dalla campagna elettorale che aveva vinto le primarie di partito. Questo ancora non si era mai visto nella storia, lo stravolgimento delle regole del caucus statunitense delegittimando una personalità come quella di Joe Biden. Biden non è stato cacciato perché rimbambito, ma perché il popolo americano, che non voleva la guerra in Vietnam, ancora meno la voleva in Ucraina. Trump ha vinto le elezioni esattamente come Nixon le vinse contro Johnson, promettendo la pace.
Quel è la posizione di Trump sulla guerra in Ucraina? Anche quella è stata detta in campagna elettorale già a dicembre e riportata immediatamente dalla voce repubblicana, cioè che la Russia aveva perso la guerra. Se una super potenza deve lasciare la Siria per combattere in Donbass è finita, non è che ci voglia un genio militare per capirlo. Soprattutto se si pensa che la guerra in Ucraina è stata fatta per collegare il Mediterraneo al Mar nero. Se Putin non prende Odessa tutta “l’operazione speciale” è vana e Putin manco ha preso Sumy. Il bello è che i russi nemmeno si rendono più conto di aver mobilitato duecentocinquantamila uomini per occupare l’intera Ucraina nel 2022 e adesso per prendere Sumy, ne hanno mobilitati 50 mila. In proporzione, per conquistare l’Ucraina dovrebbero mobilitare sei milioni di uomini. Solo un pazzo continua una simile impresa.
In Italia il sinologo Francesco Sisci ha saputo esprimere un giudizio pertinente della situazione in una intervista a il Riformista di oggi. “La Russia ha già perso da tempo, in realtà continua a combattere per non ammettere la sconfitta”. Lo stesso pensano al Pentagono che non ritengono nemmeno più principale lo scenario, hanno altre priorità. Trump vorrebbe convincere Putin di interrompere i bombardamenti e arrivare ad un accordo, perché davvero non è un guerriero e le ha provate tutte. Finirà che lo bombarda sul serio Putin e addio al Nobel per la pace.
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