Ho letto con interesse l’editoriale di Riccardo Bruno, “Il nuovo ordine mondiale”. Ne condivido l’impostazione di fondo: il quadro internazionale è attraversato da tensioni reali, da esercitazioni navali che non sono scenografia ma segnali strategici, da un intreccio di interessi che rimette il Medio Oriente al centro degli equilibri globali. È vero che lo stretto di Hormuz resta uno snodo decisivo; è vero: l’asse tra Iran, Russia e Cina non è propaganda; è vero: l’Europa appare spesso spettatrice più che protagonista.
Il punto di divergenza con l’amico Bruno, tuttavia, non riguarda tutto questo ma le valutazioni sulla leadership mondiale americana e il giudizio su Donald Trump. Io considero Trump una scheggia impazzita nella storia della democrazia statunitense. Mi auguro resti un incidente di percorso, non l’avvio di una mutazione strutturale. Perché il trumpismo, più ancora della persona, è la mina più pericolosa lungo il cammino delledemocrazie contemporanee, in un tempo in cui esse già mostrano segni di affaticamento in ogni continente.
Non si tratta solo di retorica sopra le righe. È una concezione semplificata e muscolare della politica internazionale: le alleanze diventano opzionali, i conflitti trattative immobiliari, i territori oggetti evocabili in una negoziazione, Groenlandia compresa. È una visione che scardina l’architettura multilaterale costruita nel secondo dopoguerra e che riduce la pace a equilibrio tra volontà personali.
Bruno osserva che il “Board of peace” nasce perché l’Onu è paralizzata. È un rilievo fondato: il Consiglio di sicurezza bloccato dai veti incrociati e le ambiguità delle grandi potenze hanno logorato la credibilità dell’istituzione. Ma la risposta non può essere il superamento delle regole in favore di accordi tra leader.
Il multilateralismo imperfetto resta preferibile al bilateralismo muscolare, perché almeno fondato su norme condivise e non su rapporti di forza contingenti perché la pace non è un reality geopolitico ma è diritto, prevedibilità, istituzioni.
Se davvero il “Board of peace” può trasformarsi in “Board of war”, il problema non è soltanto la flotta nel Mar Rosso o le esercitazioni nello stretto di Hormuz. Il problema è la fragilità dell’ordine liberale e la crescente tentazione di sostituire la cooperazione con la deterrenza permanente.
Qui entra in gioco l’Europa. L’Italia, da sola, pesa poco ma la questione non è il peso del singolo Stato: è se l’Unione intenda parlare con una sola voce o continuare a frammentarsi in politiche estere nazionali divergenti.
Il rischio non è solo l’irrilevanza esterna, ma l’erosione interna del progetto europeo, alimentata da spinte antieuropee diffuse in molti Stati membri. Anche in Italia, dove il governo Meloni oscilla tra lealtà atlantica e retorica sovranista. Un’ambivalenza che indebolisce l’Europa proprio mentre avrebbe bisogno di coesione strategica.
Se l’Unione resta un gigante economico e un nano politico, altri decideranno per lei. E non sempre in nome dei suoi valori. Il Medio Oriente non si esaurisce nella questione palestinese. Ci sono equilibri energetici, rivalità regionali, la partita dell’influenza iraniana, la stabilità economica perseguita dai Paesi arabi. Tutto vero. Ma proprio per questo l’Europa dovrebbe difendere un equilibrio che tenga insieme sicurezza e diritto. Perché quando la stabilità diventa l’unico criterio, qualsiasi equilibrio di forza può essere legittimato. E quello non è un ordine: è una tregua fragile.
Il trumpismo, in questo contesto, non è un episodio ma, purtroppo, un modello che legittima il primato dell’uomo forte sulle istituzioni e riduce la complessità globale a confronto tra personalità dominanti e, per questo, potente e pericoloso. Potente perché promette soluzioni rapide, pericoloso perché indebolisce le regole.
Come più volte detto, la democrazia non muore solo con i carri armati ma si logora quando le istituzioni diventano orpelli, i contrappesi un intralcio e i vincoli internazionali dei lacci; e così la forza sostituisce il diritto.
Ecco perché non vedo in Trump il regista di un nuovo equilibrio mondiale, ma un fattore di instabilità sistemica.
Nel 1941, nel pieno della catastrofe europea, il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, cui contribuì Eugenio Colorni, indicava con lucidità il bivio storico: “La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come fine essenziale della lotta la conquista del potere politico nazionale, e coloro che vedranno come compito centrale la creazione di un solido Stato internazionale.”
Quella linea passa ancora davanti a noi: spetta all’Europa decidere da che parte stare, auspicando che anche l’America ritrovi pienamente sé stessa e superi la stagione del trumpismo che ne ha incrinato l’orizzonte democratico.
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