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Cinquanta giorni sono lunghi

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
15 Luglio 2025
in L'editoriale
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Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, la posizione della presidenza statunitense sull’Ucraina è sempre stata coerente. Il mandato popolare era per il disimpegno, Trump ha vinto le elezioni per fare la pace, non la guerra. Nessun presidente statunitense nell’intera storia continentale è stato eletto promettendo la guerra. In particolare una guerra in Europa è vista come fumo negli occhi. Franklin Delano Roosevelt aveva leggi contro qualsiasi rifornimento alla repubblica spagnola, e per l’arresto dei cittadini statunitensi che vi combattevano. Ernst Hemingway dovette trasferirsi a Cuba. Poiché l’America era cobelligerante dell’Ucraina per esercitare il ruolo di mediatore, Trump ha dovuto prendere le distanze da Zelensky, difficile dire quanto con convinzione, quanto ad arte. Per essere credibile ha offerto alla Russia la riconquista del Kursk occupato dagli ucraini, con quella che ad avviso di questo editoriale è stata una pantomima, ovvero l’interruzione delle informazioni di intelligence. I russi pretendevano di riconquistare il Kursk e non vi sarebbero mai riusciti altrimenti e questa riconquista fasulla non era negoziabile. Da qui l’appello di Trump all’umanità di Putin per risparmiare truppe nemiche che non aveva nella sua disponibilità. Una presa in giro praticamente.

Il tentativo diplomatico invece è stato serio ed il dissenso con Zelensky autentico, sui territori annessi. Esattamente come la precedente presidenza democratica Trump li ritiene persi per lo meno temporaneamente. Si tratta della dottrina Kissinger condivisa sia da Obama che da Biden. Biden fermò attraverso il congresso per otto mesi l’invio di armi all’Ucraina e fece fallire la contro offensiva del 2023. Quello è stato in effetti il peggior momento della guerra, superato il quale, l’Ucraina ha saputo dimostrare di ottenere successi colpendo il territorio russo in profondità. Inutile ricordare che la Russia non controlla il mar Nero per non dire che la sua flotta è giusto un bersaglio. Poi c’è stato un ennesimo smacco, il dominio dei cieli di Israele in Iran. L’Iran è tre volte l’Ucraina e Israele è dieci volte più piccolo della Russia eppure i russi non controllano i cieli dell’Ucraina dopo tre anni. L’ucraina si difende principalmente con armi statunitensi, su settecento droni e missili che le vengono sparati contro in un giorno, viene colpita da tredici. Difficile si possa fare meglio come controaerea. Infatti è probabile che arrivino nei prossimi mesi più armi offensive. La controaerea iraniana che ha fallito miseramente è invece la stessa in dotazione ai russi.

Il problema del denaro è un problema molto serio per i contribuenti americani che non ne vogliono sapere delle cifre spese dal Congresso in operazioni militari. Sempre Roosevelt per equipaggiare le divisioni inglesi pretese il tesoro della corona come pegno e mandò una corrazzata a prenderlo a Città del Capo quando non aveva navi da inviare a Dunkerque. Trump ha mentito quando ha detto che questa non è la sua guerra, se non nel senso che lui ed il popolo non la vuole fare. Eppure si tratta di una guerra americana da quando è iniziata la rivolta a piazza Maidan nel 2014. In quel momento Obama, anche se con riluttanza, ha sostenuto le posizioni repubblicane sul distacco dell’Ucraina dalla Russia enunciate fin dal 2004, presidenza Bush.

La conferenza stampa tenuta alla Casa Bianca dal presidente Trump ha dunque riepilogato la situazione. La diplomazia ha fallito perché Putin non capisce che la forza e le armi americane sono le più forti al mondo. Trump si è rivolto ai russi facendo presente loro che questa guerra non li porta a niente se non alla distruzione del loro paese che pure avrebbe enormi potenzialità economiche e commerciali da sfruttare invece di rovinarsi in una guerra che non vincerà. L’opinione della Casa Bianca è che la Russia abbia già perso e sia ridotta alla politica delle cannoniere. I cinquanta giorni concessi alla Russia per cambiare rotta, sono parsi al primo ministro estone Kallas un periodo inutilmente lungo e potrebbe anche avere ragione, a meno che possano essere propedeutici anche al cambiamento di regime a Mosca. Quando in un governo si iniziano a trovare i corpi dei ministri suicidati, non è mai un segno di stabilità.

licenza pixabay

Tags: PutinTrump
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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