Correva l’anno 2013. Il governo Monti salvava dal fallimento il Monte dei Paschi di Siena con un’iniezione pubblica da 4 miliardi di euro, tra le urla di Salvini, le critiche di Giorgetti e gli strali di Giorgia Meloni. All’epoca si parlava di “regalo alle banche”, “salvataggio delle élite”, “vergogna di Stato”.
Poi, dodici anni dopo, nella primavera scorsa, il governo Meloni, che ha incassato in silenzio e senza meriti i dividendi di quell’azione di salvataggio, ha ceduto una quota di MPS senza gara pubblica, al finanziere romano Francesco Gaetano Caltagirone.
È stato il primo passo verso un’operazione di portata enorme e opaca: l’OPA su Mediobanca, lanciata da Caltagirone con il vettore paradossale proprio del Monte dei Paschi, una banca commerciale che tenta ora la scalata alla storica banca d’affari fondata dai benemeriti Raffaele Mattioli e Adolfo Tino.
Già questo dovrebbe far riflettere: una banca salvata coi soldi pubblici, che ha chiuso centinaia di sportelli e licenziato migliaia di lavoratori, si trasforma oggi in cavallo di Troia per una concentrazione finanziaria senza trasparenza né controllo. Ma la questione non finisce qui. Con questa manovra, Caltagirone punta a conquistare anche il controllo delle Assicurazioni Generali, e con esse la gestione di un patrimonio da oltre 800 miliardi di euro.
E il governo? Con l’11% di MPS non è solo spettatore, ma attore centrale. Da arbitro è diventato giocatore in campo, in una partita dove le regole sembrano sospese e l’interesse generale subordinato a logiche di potere e alleanze opache.
Il silenzio è assordante. Fanno eccezione solo poche voci laiche: Marattin e Della Vedova in Parlamento, e quelle di antico lignaggio come Stefano Passigli e Giorgio La Malfa.
L’opposizione parlamentare è invece timida, confusa o del tutto assente. Tabacci tace, forse per antica solidarietà cattolica con Caltagirone. E Schlein, Conte, AVS? Impegnati in battaglie ideologiche sterili, rincorrono simboli e slogan della Flottilla Gaza, mentre la principale banca d’affari del Paese viene assorbita in un’operazione dai contorni inquietanti.
Dove sono i liberali, i garantisti, i riformisti, i socialdemocratici? Dove sono i difensori delle regole del mercato? Dove sono quelli che, a parole, si indignano contro la concentrazione del potere economico?
L’OPA su Mediobanca non è solo un affare finanziario. È una scelta politica, che ridefinisce in modo squilibrato il rapporto tra pubblico e privato, tra Stato e mercato, tra potere e legalità.
Mediobanca, come ricordava Ugo La Malfa, ha rappresentato uno snodo cruciale nella costruzione dell’economia italiana, sostenendo lo sviluppo delle imprese, accompagnando la crescita del Paese, e contribuendo alla modernizzazione dell’apparato industriale con una funzione di equilibrio tra autonomia e controllo.
Come repubblicani, non possiamo assistere in silenzio alla sua trasformazione in una pedina di giochi opachi e concentrazioni personali. Difendere il ruolo delle istituzioni economiche è difendere la democrazia liberale e lo Stato di diritto.
Come ammoniva Louis Brandeis, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti:
“Puoi avere una democrazia, o puoi avere una grande concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi. Ma non puoi avere entrambe le cose.”
Una brutta pagina per questo Paese, che rischia di perdere anche l’ultima cosa che dovrebbe difendere: la fiducia nelle sue regole.
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