Pierre Zanin della Direzione nazionale ci ha inviato il seguente articolo
Tra qualche giorno la discussione sulla prossima legge di bilancio dello Stato entrerà nel vivo del confronto tra le forze politiche e sociali. È l’occasione per avanzare proposte concrete e, al tempo stesso, stimolare il dibattito interno in vista del Congresso su temi importanti e di stretta attualità.
Cinque linee di intervento concrete formano la proposta di un patto tra lavoro, impresa e Stato:
- ridurre l’IRPEF sul ceto medio produttivo;
- collegare salario, produttività, territori, detassando gli incrementi salariali da contrattazione decentrata;
- rendere strutturale la detassazione dei premi di produttività;
- rafforzare il welfare aziendale;
- fare della politica fiscale una politica della produttività.
L’Italia ha un problema fiscale che non può essere affrontato soltanto discutendo di aliquote. La questione è più profonda e riguarda il rapporto tra fisco, lavoro, produttività e crescita.
Una parte molto rilevante del finanziamento del nostro sistema di welfare grava su una quota relativamente ristretta di contribuenti. Secondo l’analisi di Itinerari Previdenziali sui redditi dichiarati nel 2024 (l’ultima pubblicata), il 27,41% dei contribuenti con redditi superiori a 29.000 euro versa il 76,87% dell’IRPEF, mentre il 17,17% con redditi superiori a 35.000 euro ne versa il 63,71%.
Questo dato non va utilizzato per sostenere semplicisticamente che chi ha redditi più bassi non contribuisce alla spesa pubblica. Indica piuttosto un problema politico reale: la sostenibilità dello Stato sociale dipende dalla capacità del Paese di avere una base produttiva ampia, dinamica e in crescita. Un welfare pubblico sostenibile ha bisogno di più occupazione, più produttività, più reddito prodotto e di un numero crescente di persone che lavorano e contribuiscono al suo finanziamento.
È da questo insieme di considerazioni che nasce la proposta di un patto fiscale per il lavoro e la produttività. Non si tratta semplicemente di chiedere meno tasse, ma di cambiare, almeno in parte, la direzione della nostra politica fiscale: ridurre il prelievo sul reddito prodotto attraverso il lavoro e la crescita della produttività, e favorire la distribuzione ai lavoratori di una parte dell’incremento di valore generato dall’attività d’impresa.
1. Meno IRPEF sul ceto medio produttivo
Dal 2026 la seconda aliquota è stata ridotta strutturalmente dal 35% al 33% per lo scaglione di reddito compreso tra 28.000 e 50.000 euro. Per il 2027 proponiamo di estendere il 33% ai redditi fino a 60.000 euro, come già facemmo un anno fa dalle colonne de La Voce Repubblicana in occasione della discussione parlamentare sulla legge di bilancio 2026.
È un intervento rivolto al ceto medio produttivo: lavoratori qualificati, tecnici, professionisti, quadri e imprenditori, che lavorano e investono nella propria formazione, e sostengono, attraverso il proprio reddito, una parte significativa della spesa pubblica. Non sarebbe soltanto una misura redistributiva, ma un segnale politico preciso: il sistema fiscale deve tornare a considerare il lavoro e la crescita del reddito prodotto come valori da incentivare.
L’estensione dell’aliquota del 33% fino a 60.000 euro comporterebbe una minore entrata IRPEF stimata tra 2,7 e 3,0 miliardi di euro l’anno (fonte: Centro Studi Unimpresa con simulazione basata su dati UPB – Ufficio Parlamentare di Bilancio). È un costo significativo ma coerente con l’obiettivo di ridurre il prelievo sul lavoro qualificato e sulla crescita professionale.
2. Collegare salario, produttività e territori
La contrattazione nazionale svolge una funzione essenziale di tutela e garanzia, ma non può essere l’unico luogo nel quale si determina la dinamica delle retribuzioni. Produttività, costo della vita, condizioni economiche e organizzazione del lavoro differiscono considerevolmente tra territori, distretti e imprese.
L’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani di Carlo Cottarelli ed Enrico Franzetti, “Le vere gabbie salariali” (ottobre 2025), ha mostrato differenze molto significative nel costo della vita: tra Milano e Napoli il divario stimato arriva al 50%, mentre tra un’area metropolitana lombarda e un piccolo comune della Basilicata supera il 70%. Questo rafforza l’esigenza di valorizzare in modo più deciso la contrattazione aziendale e territoriale, lasciando alle parti sociali il compito di collegare salari, produttività, costo della vita e condizioni economiche locali.
La contrattazione decentrata è già una realtà significativa. Secondo i dati del Ministero del Lavoro, al 15 luglio 2026 risultavano attivi 15.565 contratti di produttività, riguardanti oltre 4,2 milioni di lavoratori, con un premio medio annuo di 1.815 euro; il 47% dei contratti riguardava imprese con meno di 50 dipendenti. Essa va rafforzata, sia nelle aree più dinamiche, dove l’elevato costo della vita può erodere rapidamente gli aumenti salariali, sia nei distretti nei quali esistono le condizioni per condividere una quota maggiore della crescita della produttività.
Proponiamo quindi la detassazione integrale, oggi è soltanto parziale, degli incrementi retributivi derivanti dalla contrattazione aziendale e territoriale, entro limiti e condizioni che garantiscano un effettivo collegamento con incrementi misurabili di produttività, qualità, redditività, efficienza o innovazione.
Il costo per la finanza pubblica è stato stimato tra 1,5 e 2,0 miliardi di euro l’anno (fonte: UPB – Ufficio Parlamentare di Bilancio). Il fisco, in questo modo, non si limiterebbe a prelevare una parte del reddito prodotto, ma incentiverebbe i meccanismi che consentono di produrne in misura maggiore.
3. Rendere strutturale la detassazione dei premi di produttività
La legge di bilancio 2026 ha ridotto all’1% l’imposta sostitutiva sui premi di produttività e ha portato a 5.000 euro il limite agevolabile per il biennio 2026-2027. È una scelta che condividiamo, ma che non dovrebbe essere periodicamente rimessa in discussione dalle leggi di bilancio.
Proponiamo quindi di rendere strutturale dal 2028 il regime fiscale agevolato dei premi di produttività, mantenendo il principio per cui il trattamento favorevole è subordinato a risultati misurabili e verificabili. Quando un’impresa cresce perché aumenta la propria produttività e decide di condividere una parte del risultato con chi ha contribuito a conseguirlo, il sistema fiscale deve favorire, non penalizzare, quella decisione.
La stabilizzazione dell’imposta sostitutiva all’1% avrebbe un costo che è stato stimato tra 1,0 e 1,1 miliardi di euro l’anno (fonte: Relazione tecnica legge di bilancio 2026).
4. Rafforzare il welfare aziendale
Lo stesso principio dovrebbe guidare una politica più ambiziosa di welfare aziendale. Previdenza complementare, assistenza sanitaria integrativa, sostegno alla famiglia, formazione, mobilità e servizi di conciliazione tra lavoro e vita privata possono diventare strumenti attraverso i quali una parte della ricchezza prodotta dalle imprese viene restituita ai lavoratori sotto forma di maggiore benessere individuale e familiare.
Proponiamo di rafforzare e rendere più stabile il regime fiscale favorevole al welfare aziendale, incentivando soprattutto le soluzioni definite nell’ambito della contrattazione con i lavoratori. Anche in questo caso il principio è quello della partecipazione ai risultati: la crescita dell’impresa deve tradursi anche in benefici per chi vi lavora.
5. Fare della politica fiscale una politica della produttività
Questa è la proposta che dà senso alle altre. L’obiettivo di una politica economica progressista e riformatrice, ispirata alle parole di Giuseppe Mazzini su “capitale e lavoro nelle stesse mani”, non dovrebbe essere semplicemente quello di redistribuire meglio una quantità data di ricchezza, ma di creare le condizioni perché l’economia italiana produca più valore e perché una parte crescente di quel valore venga condivisa fra coloro che contribuiscono a produrlo.
Lo Stato non deve rinunciare alla propria funzione redistributiva. Deve però riconoscere che, senza crescita della produttività, anche la redistribuzione diventa progressivamente più difficile da sostenere. Per questo la politica fiscale deve premiare il reddito aggiuntivo generato dal lavoro, dall’innovazione e dall’impresa, condizionando le agevolazioni a risultati trasparenti, misurabili e verificabili.
Un impegno credibile per la finanza pubblica
Le tre misure fiscali direttamente quantificabili richiedono risorse rilevanti: tra 2,7 e 3,0 miliardi di euro l’anno per l’estensione del 33% fino a 60.000 euro; tra 1,5 e 2,0 miliardi per la detassazione integrale degli incrementi salariali da contrattazione decentrata; tra 1,0 e 1,1 miliardi per la stabilizzazione all’1% dei premi di produttività. Considerati in modo coordinato, questi interventi comporterebbero un costo complessivo compreso tra 5,2 e 6,1 miliardi di euro l’anno.
Non è una cifra marginale e non va nascosta. Richiede la definizione di priorità chiare, l’individuazione di coperture di bilancio strutturali e un piano di realizzazione graduale e condiviso con le Parti Sociali. Ma rappresenta al tempo stesso la misura concreta dell’investimento che lo Stato sceglierebbe di compiere sul lavoro, sulla produttività e sulla partecipazione dei lavoratori ai risultati delle imprese.
La credibilità del patto dipende proprio dall’unire ambizione riformatrice, rafforzamento della coesione sociale e responsabilità di bilancio.
Un patto tra lavoro, impresa e Stato
Questa non è, dunque, una proposta di riduzione delle tasse, ma di diverso indirizzo della politica fiscale.
A una parte importante del Paese, lavoratori qualificati, tecnici, professionisti, autonomi, quadri e imprenditori, non servono, infatti, soltanto bonus o misure temporanee. Serve la certezza che l’aumento del reddito, della produttività e della responsabilità non si traduca automaticamente in un aumento del prelievo.
Per noi Repubblicani, lavoro, impresa, merito, responsabilità e crescita non sono (mai stati) valori contrapposti alla solidarietà sociale: sono le condizioni che rendono possibile una solidarietà sociale sostenibile. Il patto deve attivare un circuito virtuoso: maggiore produttività genera maggiore valore; il valore alimenta la partecipazione dei lavoratori ai risultati; un minore prelievo sul reddito aggiuntivo sostiene consumi, risparmio e investimenti; questi, a loro volta, rafforzano crescita e coesione sociale.
È questo il patto fiscale tra lavoro, impresa e Stato di cui l’Italia ha bisogno.
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