È morto Habermas, ma non è morto il suo pensiero e la sua lucida interpretazione della modernità. Perché Habermas ha dimostrato a tutti che la filosofia è scommessa. Lo ha ben detto Antonio De Simone, che ad Habermas ha dedicato gran parte dei suoi studi: tra le tante sfide dell’ultimo grande rappresentante della Scuola di Francoforte c’è anche quella di aver risposto, a quelle del pluralismo etico, religioso e identitario attravero il medium giuridico di una citizenship normativa. L’idea regolativa di Habermas di un possibile cosmopolitismo giuridico consiste nell’imbrigliare normativamente le sovranità statuali con la trasformazione del diritto internazionale nel diritto di cittadinanza universale. «Oggi sappiamo», scriveva De Simone, «che una delle grandi sfide all’orizzonte del XXI secolo concerne la possibile coniugazione di democrazia costituzionale e democrazia cosmopolitica e sappiamo pure che la globalizzazione è un processo troppo complesso e stratificato perché si possa assumere che essa operi unitariamente in direzione dell’avvento di una costituzione cosmopolitica. Non solo, ma anche l’idea che essa favorisca nel lungo periodo, attraverso l’emergere di costituzioni sovranazionali e transnazionali risulta assai più problematica di quanto appaia a prima vista dal momento che a governare il sistema internazionale non è un nomos globale prodotto democraticamente ma piuttosto la lex mercatoria, vale a dire un diritto commerciale prodotto da poteri privati non sottoposti a controlli da parte di organi privati o di organi a essi sovraordinati».
Eppure oggi si sta ricorrendo al sovrapolitico, al cosmopolitico, come risposta alle urgenze e in assenza di modelli concettuali capaci di decodificare in termini sia analitico-descrittivi, sia valutativo-prescrittivi i mutamenti della nuova costellazione contemporanea. Habermas sembrava avesse questo: le parole per dirlo. Per affrontare le radici del normativo e problematicizzare, per citare il titolo della monumentale biografia di De Simone, i “soggetti di diritto”, su cui ci eravamo già soffermati. Certo, ci sono contraddizioni, irrisolti, nodi, sotto questo intrecciarsi tra diritto e politica ma è la cifra della complessità. Quella di uno Stato, in questo possiamo dirlo autenticamente repubblicano, in cui a sistema si mettono sovranità popolare, costituzionalismo e diritti sociali, contro derive comunitarie (e totalitarie) e soggetti monadi che pensano alla propria visibilità e alla propria ricchezza, come fossero tutti Influencer in Gintoneria. La riflessione è per persone serie, anche questa è l’eredità, e non si lascia archiviare in fretta come chi vorrebbe Habermas solo come un legittimatore dell’esistente. Il patriottismo costituzionale invece è qualcosa la cui urgenza e attualità deve essere recuperata, prendendo su di sé gli infiniti problemi che una democrazia lascia aperti: dall’etica pubblica, agli egoismi privati. Habermas è un edificio concettuale al cui interno c’è la complessità del presente, il confronto e la tolleranza, e il dialogo con la religione per il recupero di questioni bio-etiche che non possono essere semplicemente poggiate sulla confusione dei più.
Foto Európa Pont | CC BY 2.0







