Il volume dal titolo Pitagora il Maestro segreto, a cura di Angelo Tonelli (Feltrinelli, Milano 2025, pp. 272), comprende, dopo una «Premessa» e un’«Introduzione» ad opera di quest’ultimo, una sezione di «Testimonianze», visto che del filosofo e matematico nativo dell’isola di Samo, poi trasferitosi in Magna Grecia, non ci è pervenuto nessuno scritto. Ebbene, egli, pur senza scrivere nulla, fu fonte di ispirazione per i maggiori tra i filosofi cosiddetti “presocratici” (Parmenide, Empedocle), nonché per Platone che, iniziato alla sua scuola, trasse da lui gran parte della propria dottrina. Ma, nell’accostarlo, bisogna avere l’accortezza di non dimenticare mai che Pitagora, piuttosto che a un sapiente ellenico, «era molto più simile al meditante orientale, yogico, taoista, buddista, o a un sacerdote egizio, o zoroastriano, o caldeo». Alle sue origini, la nostra cultura attingeva infatti a un «sostrato sciamanico e sapienziale» che era comune tanto all’Oriente quanto all’Occidente, cosa dovuta al fatto che il contatto fra le due civiltà si era stabilito grazie alla spedizione di Alessandro Magno in India.
Tra gli esercizi spirituali praticati nella scuola pitagorica, una particolare importanza rivestiva la disciplina del silenzio, che valeva sia come una prescrizione imposta al neofito sia come uno strumento che, pacificando l’anima, serviva a ricongiungerla, attraverso il nostro Sé superiore, all’Origine. Importante inoltre era anche l’ascolto della musica, in quanto via per comprendere l’ordine matematico vigente nell’universo e in quanto fonte di espansione cosmica della coscienza. La fase di iniziazione consisteva, in particolare, nel purificare l’anima da tutte quelle passioni che impedivano di raggiungere l’intima familiarità con il divino. È così che “coltivando” le varie componenti dell’interiorità – la componente emozionale, razionale, sentimentale e, soprattutto, noetica – l’iniziato raggiungeva l’«indiamento», proprio «come accade anche nel misticismo sapienziale e meditativo d’Oriente, e di altre tradizioni ancora […]. Questa coltivazione era il centro e il fine del pythagorikós bíos, una scelta di vita mistica, rituale e meditativa di cui fu iniziatore il divino Maestro». E «divino», perché fu riconosciuto come un’incarnazione di Apollo, nonché come dotato di una coscia d’oro. In più, oltre al fatto che gli erano attribuite azioni sovrumane e miracolose, il suo nome stesso lo riconduce a Pizio, ossia a uno degli epiteti tradizionalmente assegnati al dio delfico. Le fonti ci riferiscono che fosse addirittura disceso agli Inferi e che era stato protagonista di fenomeni di bilocazione.
Un personaggio mitologico cui Pitagora è stato spesso associato è Orfeo, poeta, sciamano, musico e incantatore, al quale, proprio come al primo, fu attribuita una discesa agli Inferi, nonché la capacità di parlare con gli animali e di influire sul loro comportamento. E questo perché entrambi disponevano di un forte «radicamento nel nous», facoltà intuitiva che il «divino Maestro» concepiva proprio allo stesso modo di Parmenide, ossia come quella «dimensione dell’interiorità in grado di connettere, a livello sottile, gli individua apparentemente più dissimili e distanti». Se ripercorriamo velocemente la vita di Pitagora – fu uditore di Talete e allievo di Anassimandro e di Zoroastro, iniziato ai Misteri presso gli Egizi, i Caldei, i Magi, in Siria e in Babilonia, frequentò centri sciamanici e sapienziali del bacino del Mediterraneo e in Oriente –, possiamo senz’altro dire che in lui «troviamo una sintesi originale delle conoscenze scientifiche e delle acquisizioni spirituali del suo tempo, tra Grecia, Egitto e Oriente»: sintesi che, convertita nel cosiddetto «modo di vita pitagorico», egli consegnò poi agli allievi della sua scuola. Questo «modo di vita» prescriveva, oltre che gli esercizi spirituali di cui abbiamo già detto, un regime frugale di dieta vegetariana, nonché il disprezzo della ricchezza, della fama e la comunione dei beni. Ma, nella formazione del perfetto pitagorico, era implicita anche la formazione del perfetto politico. I Pitagorici infatti, dal momento che si occuparono dell’amministrazione di molte città della Magna Grecia, mettevano in guardia dai rischi che comporta la gestione del potere, rimarcando il fatto che l’esercizio di quest’ultimo è un’arte – improntata alla misura – che «richiede una suprema realizzazione interiore». È così che il politico, per essere perfetto, doveva eccellere in «pratiche di consapevolezza», corroborate attraverso «l’autoanalisi, il silenzio, e la costante connessione con il nous». Ai Pitagorici era chiaro in tal modo che la vita, fin dai suoi primi momenti, «va spesa nella coltivazione dell’interiorità, e la regola della Scuola era un potente catalizzatore di questo percorso». Tale «coltivazione dell’interiorità» era poi un esercizio che non portava mai ad isolare l’iniziato, ma a promuovere piuttosto l’amicizia tra lui e gli altri iniziati: «amicizia» che era il vero e proprio «cardine su cui si fondava la comunità pitagorica».
Come si tramanda, Pitagora fu il primo a fregiarsi del titolo di “filosofo”, assegnando così al termine “filosofia” una connotazione essenzialmente contemplativa, nel senso della «capacità di cogliere la connessione del cosmo con il Principio», visto come qualcosa di dotato di una «strutturazione numerica» e di una «unità armonica». Ebbene, se l’essenza della realtà è il numero, la conoscenza dei numeri è l’unica a essere «radicata nel fondamento», ossia in uno «stato di coscienza noetico» che, trascendendo gli stati ordinari dell’ego, predispone in tal modo l’anima all’«assimilazione con l’Uno-Tutto, in chiave mistica». Ma la radice ultima del cosmo, oltre che numero, è anche armonia, per cui la sapienza pitagorica implicava un’alta considerazione della musica, la funzione della quale – come abbiamo già visto – era la stessa di quella svolta dalle pratiche meditative. Si racconta infatti che il «divino Maestro» fosse l’unico in grado di captare la sublime musica delle sfere celesti.







