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L’esercito repubblicano, da Marengo a Waterloo

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
15 Giugno 2026
in Cultura
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L’aspetto più singolare della storiografia rivoluzionaria prevede la riduzione dell’individuo ad una marionetta. Il protagonista è un sistema collettivo, piccolo o grande che sia, e si compie meccanicamente. Da Michelet a Cochin, passando per Taine ed Aulard, gli storici della rivoluzione concordano solo su questo aspetto. O c’è il popolo, o le società di pensiero, o le circostanze, al “limite le idee sbagliate” di Quinet. Dall’89 al ’94, mai una volta si scorge un uomo capace di imporsi agli eventi. Marat, Danton, Robespierre, valgono Mirabeau, La Fayette, Barnave, sono caratteri privi di personalità. Quando compare Bonaparte improvvisamente tutto cambia. C’è solo più un individuo a dominare la scena, amato od odiato che sia, vale per lui quello che scrisse Chateaubriand a proposito del suo ritorno dall’Elba, “un uomo solo invase la Francia”.

Resterebbe da spiegare come sia possibile che da una tale massa confusa ed indistinta della Rivoluzione, possa emergere un unico soggetto finalmente responsabile di tutto quello che accada. Infatti, è un mito romantico che Napoleone fosse solo. Napoleone ha alle spalle l’esercito repubblicano, la più grande potenza militare mai vista nella storia europea. Gli eserciti tradizionali arruolavano la feccia nazionale, come diceva Wellington, la schiuma d’Inghilterra, gentaglia priva di qualunque avvenire sociale. L’esercito repubblicano, al contrario faceva si che ogni soldato portasse nella sua borsa il bastone di maresciallo. Basta scorrere i dati anagrafici dei generali, Hoche, Moreau, Desaix lo diventano tutti prima dei trent’anni e la loro carriera è sempre fulminante. Gli storici liberali guardano al Terrore con gli occhi dello sdegno e del disprezzo. Eppure il Terrore fu fondamentale nella scala dell’esercito. Il generale che non vinceva la battaglia, finiva processato e ghigliottinato. E non è vero che gli aristocratici fossero perseguitati perché sospetti. Desaix aveva diciassette parenti emigrati, viene imprigionato e rimesso al comando sulla base del suo stato di servizio, come Lasalle. Davout, che era conte, è alla testa dell’Armata senza interruzioni, dal Comitato di Salute Pubblica a Bonaparte. Ci sarà pure stata la “macchina” rivoluzionaria, ma questa macchina distingueva eccome quello che gli storici manco vedono.

Il professor Barbero, un medievalista con un debole per l’Epopea, diede una spiegazione dell’ascesa irresistibile e della sconfitta di Bonaparte, asserendo in una trasmissione Rai, che Napoleone come generale era brillante, ma invecchiato presto. Frase che non significa niente. La migliore campagna di Bonaparte fu sicuramente quella del 1814, con un esercito ridotto e interamente sotto il suo comando, contro forze tre volte superiori di numero. In ogni caso, la strategia adottata a Marengo, 14 giugno del 1800 e quella a Waterloo, 16 giugno di quindici anni dopo, è esattamente la stessa. Anzi, a Waterloo il Napoleone quarantenne si comportò meglio del giovane Bonaparte primo Console. Tornato in Italia. Bonaparte che aveva sconfitto gli austriaci tre anni prima, non se ne preoccupava e ne venne travolto, proprio a Marengo. A Waterloo, al contrario, non sottostimò Wellington e lo sconfisse sul campo. Solo che come a Marengo Desaix rovesciò le sorti della battaglia, lo stesso fece Blucher a Waterloo, per la parte opposta. Cos’era cambiato? Che Desaix, per quanto aristocratico, deteneva il talento dell’esercito rivoluzionario che Grouchy non possedeva. Grouchy obbedisce agli ordini del suo Imperatore, Desaix contravviene al primo Console. Fra le due personalità c’è il tramonto dei generali di Francia prestati alla monarchia restaurata. I loro soldati vedono Ney e Soult ministri del re, non li prendono più sul serio. Le battaglie oggi si vincono con i droni, nell’800 si vincevano per passione. Il solo Napoleone non bastava.

pubblico dominio

Tags: MarengoWaterloo
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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