Roberto Lacchini ci ha inviato il seguente articolo che pubblichiamo volentieri
Quando si parla di lavoratori, il collegamento con la politica sembra quasi naturale. I sindacati partecipano al dibattito politico, scendono in piazza, incontrano i partiti e spesso vengono associati a determinate aree politiche.
Quando invece si parla di imprese, questo collegamento sembra molto meno evidente.
Eppure anche le aziende hanno interessi da difendere e anche loro hanno bisogno di rappresentanza. La differenza è che, mentre per i lavoratori parliamo di sindacati, per le imprese parliamo soprattutto di associazioni datoriali. E queste ultime, storicamente, hanno avuto un rapporto con la politica molto diverso.
In Italia questa situazione ha radici profonde.
Nel dopoguerra il sindacato è stato fortemente legato alle grandi culture politiche del Paese. La CGIL è stata storicamente vicina alla cultura comunista e socialista, la CISL a quella cattolica e democristiana, mentre la UIL si è sviluppata nell’area socialista, socialdemocratica e repubblicana.
Per decenni, quindi, il mondo del lavoro non è stato soltanto un mondo economico. È stato anche un mondo politico e sociale.
Dall’altra parte, il mondo imprenditoriale ha sviluppato soprattutto forme di rappresentanza istituzionale. Le associazioni datoriali hanno cercato il dialogo con i governi, con il Parlamento e con le forze politiche, indipendentemente dal loro colore.
Questo però non significa che gli imprenditori siano apolitici.
Significa semplicemente che il loro rapporto con la politica è stato generalmente meno visibile e meno legato all’identità di un singolo partito.
Ed è proprio qui che, secondo me, dovremmo cambiare prospettiva.
Non credo che l’Italia abbia bisogno di sindacati più deboli o di imprese lasciate sole. Al contrario: abbiamo bisogno di rappresentanze forti da entrambe le parti, ma autonome dalla politica.
Un sindacato deve poter difendere il lavoratore anche quando al governo c’è il partito che normalmente gli è più vicino. Allo stesso modo, un’associazione imprenditoriale deve poter criticare un governo anche quando quel governo porta avanti politiche favorevoli alle imprese.
La politica dovrebbe ascoltare entrambi, senza diventare il braccio di nessuno dei due.
Il vero problema è che l’Italia cresce troppo poco
Alla fine, però, c’è una questione ancora più importante del rapporto tra sindacati, imprese e partiti: l’Italia deve tornare a crescere.
Per troppo tempo abbiamo discusso di come dividere una ricchezza che cresce poco, invece di chiederci come produrne di più.
È qui che penso che anche il mondo progressista e quello liberale dovrebbero riuscire a trovare un punto d’incontro.
Non ha senso dire che se guadagna di più un’impresa allora necessariamente perde il lavoratore.
Ma non ha senso nemmeno pensare che per aumentare gli stipendi sia sufficiente imporre nuovi costi alle aziende.
La domanda dovrebbe essere un’altra:
come facciamo ad aumentare la produttività e la ricchezza prodotta, facendo in modo che una parte maggiore di quella ricchezza arrivi anche ai lavoratori?
Un’azienda che cresce, investe, innova ed esporta può creare posti di lavoro migliori e pagare stipendi più alti. Ma per farlo deve poter investire e avere la certezza che lo Stato non trasformi ogni decisione in una montagna di burocrazia.
Allo stesso tempo, il lavoratore deve avere abbastanza forza contrattuale da poter ottenere una parte dei risultati prodotti.
Questa dovrebbe essere la nuova contrattazione sociale.
Meno burocrazia, più lavoro
Da giovane repubblicano penso che lo Stato debba fare molto, ma non necessariamente debba fare tutto.
Uno Stato forte non è quello che mette un timbro su ogni decisione di un impresa. È quello che garantisce regole chiare, giustizia veloce, infrastrutture efficienti, sicurezza, istruzione e servizi pubblici che fonzionano.
Se un imprenditore vuole aprire uno stabilimento, assumere cento persone e investire milioni di euro, non dovrebbe essere costretto ad aspettare anni per ottenere autorizzazioni.
La libertà economica non significa assenza di regole.
Significa avere regole comprensibili, uguali per tutti e applicate in tempi ragionevoli.
E questo vale anche per il lavoratore: un mercato del lavoro dinamico non deve significare precarietà permanente. Deve significare la possibilità di cambiare lavoro, migliorare il proprio salario e costruirsi una carriera senza rimanere intrappolati in un sistema che protegge soltanto chi è già dentro.
Gli stipendi devono crescere
Uno dei priblemi più seri dell’Italia è che per molti lavoratori la crescita dello stipendio non è sufficiente.
Ma anche qui bisogna essere seri.
Se aumentiamo semplicemente il costo del lavoro senza aumentare la produttività, rischiamo di mettere in difficoltà soprattutto le piccole imprese, che rappresentano una parte fondamentale dell’economia italiana.
La soluzione dovrebbe essere quella di favorire gli aumenti salariali legati alla produttività, alla formazione, ai risultati e alla crescita dell’impresa.
Se un’azienda produce di più grazie a nuovi macchinari, nuove tecnologie o lavoratori meglio formati, è giusto che una parte di quel valore torni a chi ha contribuito a crearlo.
In questo modo l’interesse dell’impresa e quello del lavoratore smettono di essere necessariamente contrapposti.
Meno tasse sul lavoro, più lotta agli sprechi e all’evasione
Un altro punto dovrebbe essere la fiscalità.
In Italia lavorare e assumere costa troppo.
Bisognerebbe avere il coraggio di spostare progressivamente il peso fiscale dal lavoro verso ciò che non produce crescita, combattere seriamente l’evasione e soprattutto ridurre gli sprechi.
Il principio dovrebbe essere semplice:
chi lavora deve avere più convenienza a lavorare, chi assume deve avere più convenienza ad assumere e chi evade deve sapere che prima o poi verrà trovato.
Non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di buon senso.
I giovani non possono essere il futuro soltanto negli slogan
Siamo un Paese che parla continuamente di giovani, ma troppo spesso li costringe a rimandare l’indipendenza economica, ad accettare stipendi bassi o a cercare opportunità all’estero.
Servono più collegamenti tra scuola, università e imprese. Servono formazione tecnica, apprendistato e percorsi professionali che non vengano considerati inferiori rispetto all’università.
Un ragazzo che diventa tecnico specializzato, meccanico, programmatore, elettricista o professionista altamente qualificato non deve sentirsi dire che ha fatto una scelta di serie B.
Anzi, in molti settori queste competenze sono esattamente ciò di cui l’Italia ha bisogno.
E poi c’è l’energia
Non possiamo pensare di mantenere una grande industria manifatturiera se l’energia costa troppo o se non abbiamo una strategia energetica seria e stabile.
Le imprese hanno bisogno di sapere quanto costerà produrre tra cinque, dieci o quindici anni.
La transizione energetica è importante, ma deve essere accompagnata da pragmatismo. Non possiamo chiedere alle nostre aziende di competere con il resto del mondo caricandole di costi che i concorrenti internazionali non hanno.
La sostenibilità deve diventare anche un’occasione industriale, non soltanto un costo.
Un nuovo patto tra impresa e lavoro
Alla fine, forse, è proprio questo che manca all’Italia: un nuovo patto tra chi lavora e chi produce.
Non un patto in cui uno deve necessariamente vincere e l’altro perdere.
Le imprese devono essere messe nelle condizioni di crescere, investire e creare ricchezza.
I lavoratori devono essere messi nelle condizioni di partecipare maggiormente a quella ricchezza attraverso salari migliori, formazione e maggiore mobilità sociale.
Lo Stato deve smettere di essere contemporaneamente troppo presente dove non serve e troppo assente dove invece è indispensabile.
E sindacati e associazioni datoriali devono essere liberi di rappresentare i propri interessi senza trasformarsi nei rappresentanti di questo o quel partito.
Per me essere repubblicani oggi significa anche questo: credere nelle istituzioni, nella responsabilità individuale, nel lavoro, nell’impresa e nella possibilità per una persona di migliorare la propria condizione attraverso il merito e l’impegno.
Ma significa anche capire che una società libera non può essere costruita lasciando indietro una parte dei suoi cittadini.
L’obiettivo non dovrebbe essere scegliere tra lavoratore e imprenditore, destra o sinistra.
L’obiettivo dovrebbe essere costruire un Paese nel quale convenga lavorare, convenga investire, convenga assumere e convenga crescere.
Perché un’Italia che cresce crea più ricchezza.
E un’Italia che crea più ricchezza ha finalmente qualcosa in più da distribuire.
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