C’è un confine sottile ma decisivo tra la tutela rigorosa della propria identità e la tentazione dell’autoreferenzialità. In questa stagione di profondi stravolgimenti, il Partito Repubblicano Italiano si trova davanti a un bivio di fondamentale importanza: scegliere se rimanere custode di un glorioso patrimonio confinato ai margini del dibattito in un ruolo di mera testimonianza, o tornare a essere forza viva, capace di determinare le scelte del Paese. Ed è in questo senso che la vera scommessa in gioco nel nostro prossimo congresso riguarderà direttamente la nostra stessa sopravvivenza e agibilità politica.
Vi è poi un altro aspetto che si lega alla peculiarità della situazione italiana e che deve far riflettere, perché in un sistema politico profondamente mutato e polarizzato, il pericolo più grave è proprio quello di cedere a tentazioni velleitarie o rifugiarsi in posizionamenti teorici che, per quanto carichi di dignità, finiscono solo per tracciare paletti ad excludendum.
Infatti, rinchiudersi in una rassicurante posizione di equidistanza è un’attitudine indubbiamente nobile nei principi, ma del tutto inutile sul piano dell’azione politica. Anche perché innalzare steccati ed erigere pregiudiziali significa autocondannarsi al silenzio, alla sola testimonianza: nel migliore dei casi all’irrilevanza, nel peggiore alla definitiva scomparsa. Si finisce per cedere a un bisogno autoreferenziale di riaffermare una dignità che non è affatto presunta, ma che possediamo già e appieno per storia politica, per cultura di governo e per tradizione di pensiero. E allora, anziché spendere tutto questo e farlo valere sul campo delle decisioni concrete, davvero c’è chi preferisce recintarlo nel puro e sterile esercizio della memoria? Una sorta di onanismo politico che vanificherebbe gli sforzi effettuati fino ad oggi.
Il lavoro svolto in questi anni dal nostro Segretario Nazionale, Corrado De Rinaldis Saponaro, è stato faticoso e complesso, ma ha avuto il merito fondamentale di tenere unito il partito. Un’unità che non è un orpello fine a se stesso, ma, al contrario, la premessa indispensabile per qualsiasi prospettiva futura. Un esempio limpido di questa capacità è stato l’importante accordo di riunificazione con il MRE, nato dalla lucida visione politica del Segretario e dalla generosa lungimiranza dell’amica Sen. Luciana Sbarbati, un atto di grande respiro che ha dimostrato come la casa dei repubblicani sappia riaggregare anziché dividere.
C’è però chi approccia la leadership nazionale con una dinamica quasi surreale, che ricorda gli sketch di Gianni Agus: da un lato si declama a gran voce “viva il direttore!”, spendendo attestazioni di stima e lealtà a parole, ma dall’altro gli si nega nei facts la possibilità di esercitare un ruolo politico utile. Dire di sostenere il Segretario e poi sostenere posizioni che, di fatto, lo privano delle opzioni necessarie per condurre la trattativa sul piano nazionale, riducendo l’orizzonte alle sole esigenze locali o a veti incrociati, è una contraddizione palese. Sostenere una guida significa darle la libertà di far valere il partito ovunque, non imbrigliarla in gabbie ideologiche o nelle frustrazioni localistiche.
A questo si aggiungono le insidie interne di esperienze come Officina Repubblicana, che pur non essendo un partito si muove con le medesime logiche esterne anziché agire come una fisiologica minoranza di dibattito interno.
E infine, i rischi per la tenuta democratica come le spinte destabilizzanti di Futuro Nazionale, che vanno viste e arginate prima che sia troppo tardi.
Le criticità e le distanze non mancano su nessun fronte: i ritardi e le contraddizioni del campo largo, oltre ai distinguo con alcune sue componenti, sono evidenti tanto quanto i limiti dell’attuale maggioranza di governo e le distanze programmatiche dai suoi partiti. Ma è proprio con l’intero arco delle forze politiche, compresa quella destra che sta difendendosi dagli attacchi neofascisti dell’ex generale, che il PRI ha il dovere di interloquire. Ecco perché il prossimo Congresso non dovrà ingessare l’azione politica dentro schemi rigidi, ma dovrà invece consegnare al Segretario gli strumenti per un confronto a tutto tondo, libero da vincoli preconcetti.
Ed ecco perché non potrà essere più sufficiente dire a parole che si è col Segretario quando nella pratica non lo si mette nelle condizioni reali di trattare e valutare ogni possibilità che garantisca al partito il proprio diritto di tribuna. Senza una rappresentanza parlamentare e istituzionale, la strada del PRI rischia di essere segnata. Non basta per dirsi vivi essere il partito delle amministrazioni locali, quando si eleggono consiglieri comunali sotto il simbolo del PRI solo a Brindisi e Ravenna tra i comuni capoluogo; né si può sperare di ricostruirlo con repubblicani eletti nelle assise comunali in altre liste. Oggi serve tornare a una presenza concreta nelle istituzioni parlamentari, perché questa è l’unica strada per continuare a vivere e tornare a dare un contributo al Paese in una fase geopolitica complessa, preservare i cardini della democrazia repubblicana e assicurare un futuro alla storia del Partito Repubblicano Italiano.








Un lungo elenco di inutili e scolorite banalità! La storia del Partito – e chi è repubblicano lo sa bene – è stata costruita, attraverso lo studio e l’ impegno costante, di un programma prospettico che, dopo un’ analisi condivisa, individuava pochi e precisi contenuti ma chiari e non sacrificabili. Tutto ciò che era tattica politicante era non solo rifiutata ma deliberatamente osteggiata. L’ unica proposta che si evince dalle parole di Fusignani sembra essere quella di “negoziare” un ruolo in Parlamento, omettendo volutamente di ricordare la Lega degli anni ’90; il M5S vent’anni fa ed ora Vannacci! Mi permetto di ricordare a tutti che si “cresce” politicamente e culturalmente misurandosi coi cittadini e con i loro problemi e non inseguendo – magari scodinzolando – chi “distribuisce le carte”. Il Partito, a livello Nazionale, non ha fatto altro da molti anni ormai, alimentando una deriva “tanassiana” che ci ha condotto in un vicolo cieco, che lascia poche speranze e, soprattutto offende la nostra storia e mortifica il nostro essere “Repubblicani”. Io non sto col segretario uscente – il cui operato giudico negativamente – e penso che lui stesso dovrebbe fare un esame di coscienza e trarre le dovute conseguenze. Unicamente per il bene del Pri che, forse, non sopravviverà ugualmente quando la nostra generazione “renderà il respiro”. Da medico mi permetto di ricordare a tutti che se proprio si deve morire è meno doloroso farlo con dignità.