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Dell’identità del partito del ‘900

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
24 Gennaio 2023
in L'editoriale
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Quello che si può dire sui partiti nati alla fine del ‘900 è che la loro identità è molto meno caratterizzata di quelli nati nel corso del secolo precedente. Se noi prendiamo in considerazione il più importante di questi, il partito indipendentista britannico, l’Ukip nato nel 1993, che con Farage avviò il processo della Brexit, vediamo un partito monotematico che ha già fatto perdere le sue tracce una volta lasciata gestire la brexit ai conservatori, costretto poi a confrontarsi con una maggioranza della popolazione inglese abbondantemente pentita di avergli dato retta. I partiti italiani nati più o meno in parallelo si sono mostrati molto più versatili. La Lega Nord ad esempio ha oscillato fra secessionismo ed indipendentismo, tanto che appena il governo Prodi nel ’96 mostrò un’esitazione sull’adesione all’euro, Bossi era pronto a fare entrare la sola Lombardia nella moneta unica. Una volta decisa l’adesione la Lega si alleò con Berlusconi che fondato il suo partito nel ’94 aveva pure un presupposto anti euro. Fallito il primo governo Berlusconi, nel ’99 Forza Italia aderì al partito popolare europeo vestendosi come il più tradizionale dei partiti politici italiani, la democrazia cristiana. La lega ha invece avuto una svolta sovranista che la portò persino a costituire nel 2018 un governo con i cinque stelle altro movimento nato alla fine del ‘900 ed esploso nelle elezioni del 2014. Oggi Davide Casaleggio, il figlio di uno dei fondatori, sostiene che quel partito aveva una matrice francescana e quindi ne contesta il leader in carica che invece ama gli alberghi di Cortina d’Ampezzo. Quale sia esattamente l’identità politica del movimento cinque stelle è difficile dirlo con esattezza e bisognerà aspettarsi nuove sorprese.

Fratelli d’Italia, uno dei partiti più giovani che conosciamo perché nato in questo millennio ha in verità una storia antica e controversa. L’eredità del Movimento sociale è oggettivamente ingombrante perché manteneva una continuità di personale politico con la repubblica di Salò, ovvero il governo che dopo l’8 settembre si costituì alleato dei tedeschi. Il partito fascista repubblicano era però molto diverso, come lo era del resto lo stesso Mussolini dal precedente monarchico ed anche la dirigenza cambiò rapidamente, i fascisti della prima ora per gran parte erano quelli del Gran Consiglio processati a Verona. il principe Valerio Borghese che aderì a Salò non ebbe mai la tessera fascista, Pietro Kock, che divenne uno dei più famigerati criminali della Repubblica sociale, ancora nell’autunno del ’43 da militare sbandato scriveva alla sorella che avrebbe potuto arruolarsi con i partigiani. Furono repubblichini Dario Fo, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Walter Chari, con le motivazioni più diverse. Senza contare del mistero della possibile adesione di Cesare Pavese, un sincero antifascista fino a quel momento. In altre parole la Repubblica sociale fu un guazzabuglio infernale in cui si consumò la crisi del fascismo nazionale. Il suo prodotto residuo, il Msi, scelse una via parlamentare, non insurrezionale, per lo meno dopo i moti di Reggio Calabria. Poi il Msi divenne Alleanza nazionale, Alleanza nazionale ritenne il fascismo un “male assoluto”, aderì al partito unico di Berlusconi e cacciato Fini, nacque Fratelli d’Italia, la cui unica cosa certa è l’aver rimesso il simbolo poco edificante del Msi accanto ad un inno del mazziniano Mameli. Quale sia esattamente il pensiero politico di Fratelli d’Italia è difficile dirlo persino dalla base dei primi atti del governo. Si è iniziato con uno scontro con la Francia sui migranti per poi sentire il ministro Piantedosi orgoglioso di aver programmato un’accoglienza superiore a quella del governo Draghi. Ancora non si capisce cosa decideranno sulla direttiva Bolkenstein per i balneari e nel complesso abbiamo visto come sostenuto un tetto al pos, hanno subito abbandonato quella posizione appena intervenuta l’Ue. Poi c’è la polemica con la Bce, fatta però dal ministro della Difesa, che non è il ministro competente. Si potrebbe dire, aggiungendo altri elementi ancora, che anche Fratelli d’Italia sia un guazzabuglio, magari poco edificante, non necessariamente infernale.

Una cosa però bisogna dare per sicura, se Fratelli d’Italia elegge nelle sue liste Carlo Nordio e lo fa ministro, considerato che il pensiero di Nordio è coerente e di dominio pubblico dai tempi di tangentopoli come lo è il pensiero di Davigo, non si può dire, come pure qualcuno ha detto, che Nordio la pensa come noi e non come loro. Perché è Nordio che esprime a questo punto il pensiero del governo ed anche di Fratelli d’Italia per lo meno su quella materia. Per cui, al limite, noi saremo d’accordo o in disaccordo con Fratelli d’Italia ed il suo ministro della Giustizia, Nordio. Questo a meno che Fratelli d’Italia congedi Nordio o Nordio si congedi da Fratelli d’Italia e dal governo. Fino a quel momento bisogna rispettare la posizione ufficiale del governo e dell’esponente scelto da quel partito a rappresentarne il pensiero.

Tags: FarageNordio
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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