In occasione dei 230 anni della Campagna d’Italia e ad un giorno dell’anniversario della nascita di Napoleone Bonaparte, 15 agosto 1769, fosse nato nel ’68, Napoleone era italiano, Rai tre ha dedicato una mezz’oretta alle cronache che vanno dalla battaglia di Montenotte alla pace di Campoformio. Premesso che servirebbe almeno una trasmissione di dodici ore per ottenere un quadro esauriente, bisogna apprezzare lo sforzo. La retorica sul genio militate di Bonaparte all’epoca è completamente impropria. Tutta colpa di Stendhal che invaghito, Stendhal ama solo Napoleone, lo paragonò a Cesare e ad Alessandro nella Certosa di Parma. Lo stesso celebre dipinto di Vernet che ritrae Bonaparte sul ponte di Arcole con la bandiera è un falso storico. Fu Augerau a guidare l’assalto e vedendolo fallire miseramente, Bonaparte provò ad imitarlo. Saputo dei tradimenti di Giuseppina, Napoleone cercava la morte, non la gloria. Il suo aiutante di campo, il povero Muiron, venne subito ammazzato e Bonaparte cadde dritto in un fossato con lo stendardo che a momenti lo trascinava a fondo.
Bonaparte nella sua prima campagna d’Italia non è un capo militare, è un capo politico. Riunisce ed ascolta i suoi generali e decide sulla base delle loro indicazioni, in particolare si affida a Massena che aveva i titoli che a lui mancano. L’esercito rivoluzionario fa il resto. Basta pensare che Lannes, arrivato in Italia da capitano, passati tre mesi è generale di brigata. A rigori tutti i suoi generali, esclusi Marmont e Duroc, vengono dalla gavetta. Pesano le relazioni con il Direttorio, in particolare con il ministro della guerra Carnot, già membro del comitato di salute pubblica nel ’93. Si discute da due secoli se fosse di Bonaparte o di Carnot il piano dell’invasione in Italia, magari era di Saint Just. Considerata l’amicizia con Barras, Saliceti, Tallien, Freron, Bonaparte è il più grande raccomandato della Repubblica. Per poter vedere un Bonaparte davvero comandante militare, bisognerà aspettare la campagna di Francia dove in effetti si mostra eccezionale, ma ha passato vent’anni sui campi di battaglia di tutta Europa e i suoi marescialli sono morti o stanchi. I suoi stessi soldati in Italia lo tengono sotto osservazione con un certo scetticismo. Vero che li conquista per l’ardimento dimostrato, ma il soprannome che gli daranno a Rivoli, 1797, le petit caporal, rende l’idea. Che poi Napoleone già comprenda di questioni strategiche e tattiche più di molti suoi sottoposti si è visto a Tolone tre anni prima. Ma dopo Tolone invece di andare alla frontiera, Napoleone va dallo zio sindaco di Ajaccio. In Italia dipenderà interamente dai suoi ufficiali che promuove e blandisce, esattamente come allontana subito chi lo sgradisce. Stendhal scrive che all’epoca, Napoleone era ancora giacobino.
L’enfasi militare per un insieme di successi strepitosi, sul Reno le cose non vanno benissimo e pure ci sono Hoche e Moreau, distoglie l’attenzione su cosa sia stata effettivamente la Campagna d’Italia, un capolavoro politico. Bonaparte riesce ad agitare tutte le correnti indipendentiste ed illuministe accese da Milano a Bologna e costituisce, non i fondamenti dell’Impero, come ha concluso affrettatamente la trasmissione di Rai tre, ma il modello difensivo della Repubblica. Bonaparte, generale repubblicano, si guarda bene dal sostituire un dominio con un altro. Vuole degli alleati della Francia e li vuole veramente tali, perché ha bisogno del sostegno delle popolazioni locali per sfidare l’Austria. Numericamente, la sua armata, rispetto a quella austriaca fa ridere. Certo, in Italia vi sono saccheggi e ruberie francesi, ma queste sono principalmente rivolte verso i patrimoni ecclesiastici. Bisogna pensare che appena Bonaparte sconfigge i piemontesi non solo vessa di richieste economiche casa Savoia per non toglierle il trono, ma ottiene anche un riscatto ingente dal ducato di Parma perché i francesi non entrassero nei suoi possedimenti. Esclusi i contadini e gli aristocratici bigotti, l’entusiasmo suscitato da Bonaparte fu eccezionale. Il conte di Cavour nelle sue memorie ricorda una sua zia principessa che sarebbe poi corsa a fare la dama di compagnia a Paolina Bonaparte, che avrebbe potuto essere stata fanciulla la sua lavandaia.
Non c’è trasmissione Rai che si rispetti dedicata a Bonaparte che non ricama sul tradimento veneziano, la delusione del Foscolo e dei giacobini veneti, piuttosto pochi in verità, per il trattato di Campoformio. Anche quella fu una decisione politica, tutta di Bonaparte e non del Direttorio, per la semplice ragione che l’esercito austriaco dopo la sconfitta di Rivoli si sta riorganizzando, ha nuovi comandanti intraprendenti e presto potrebbe contare cinque volte gli effettivi francesi in Italia. Il Direttorio aveva promesso ventimila uomini, Bernadotte arriva con seimila. All’apice della sua forza Bonaparte conta meno di trentamila uomini e a Venezia, il governo reazionario gli ha già incendiato a tradimento una nave e massacrato una guarnigione. Bonaparte dimostra doti di calcolo notevoli e vuole passare all’incasso, anche perché non si fida del Direttorio, bisogna dire, giustamente. In sostanza Bonaparte in Italia ha costituito un modello federale repubblicano quando, il Direttorio voleva solo una popolazione vinta da sfruttare, non molto diversamente da quanto faceva l’Austria. Bonaparte è sinceramente convinto, con il solo Carnot, che gli italiani, siano pronti ad adottare istituzioni repubblicane e che queste siano necessarie alla sicurezza della Francia. Poi ci ripenserà. Intanto un’idea era stata seminata da Genova a Milano. Gli eredi di questa impresa che ancora appare incredibile, resteranno nel cielo stellato d’Italia. Cattaneo che crescerà nei circoli dell’illuminismo milanese e un bambinetto di quattro anni più giovane che la madre affida per l’istruzione ad un suo cugino colonnello dell’Armata di Bonaparte. Giuseppe Mazzini.
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