Piergiorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo che volentieri pubblichiamo
In queste settimane di tensione e dolore, mentre le immagini dal Medio Oriente si accavallano nelle nostre cronache, un fenomeno inquietante sta prendendo piede in Europa, scavando nel profondo del nostro continente. È il ritorno, o forse la riemersione in piena luce, di un antisemitismo viscerale che molti, per ipocrisia o miopia, avevano frettolosamente archiviato come un relitto del passato. Oggi, però, non possiamo più negarne l’evidenza: dietro alla maschera dell’antisionismo si cela spesso lo stesso odio antico verso gli ebrei, semplicemente riadattato al lessico contemporaneo.
L’antisionismo, come critica politica allo Stato di Israele, è un’opinione legittima in un dibattito democratico. Ciò che stiamo osservando, tuttavia, va ben oltre. È un sentimento che, strumentalizzando la causa palestinese, delegittima non solo le scelte di un governo, ma il diritto stesso all’esistenza di Israele come patria del popolo ebraico. E quando questo sentimento si traduce nell’ostracizzare atleti, artisti o cittadini israeliani solo in quanto tali, il confine tra critica politica e odio etnico diventa labile fino a scomparire.
Ha fatto bene, in questo contesto, il Partito Repubblicano – e gli uomini che lo rappresentano – quasi unici nel panorama politico nazionale, a opporsi con forza a ogni tentativo di escludere Israele da manifestazioni sportive, culturali o turistiche. Gli israeliani, nelle loro singole realtà di atleti, imprenditori, artisti o semplici cittadini, non possono e non devono essere considerati colpevoli per le azioni del loro governo. Colpevolizzarli collettivamente è un atto che la storia ci ha insegnato a riconoscere: è il primo, pericolosissimo passo verso la discriminazione di massa.
Mascherare l’antisemitismo con l’antisionismo sta diventando, giorno dopo giorno, una posizione non solo intollerante, ma pericolosamente incendiaria. Rischia di scatenare, come purtroppo abbiamo già intravisto in alcune situazioni legate alle amministrazioni pro-Palestina delle scorse settimane, vere e proprie “cacce all’ebreo”. La politica non può e non deve stare a guardare. I governi hanno il dovere di intervenire, non solo con la repressione degli episodi di violenza, ma con un’azione culturale profonda e capillare.
È necessaria un’opera di educazione che parta dalle scuole e sia sostenuta a tutti i livelli istituzionali. Un’azione volta a raccontare la vera storia di quel complesso pezzo di mondo, o almeno a fissare dei fatti incontrovertibili, in un’epoca in cui qualsiasi verità storica viene messa in discussione. Proprio perché la narrazione è spesso avvelenata, è sui fatti che dobbiamo tornare a concentrarci.
Uno di questi fatti è il processo di pace che, in diverse fasi storiche, è stato avviato e concordato dalle parti. Quel processo dimostra che parlare di “genocidio” da parte di Israele nei confronti dei palestinesi non è solo un’iperbole, ma una falsità storica. Si è potuto e si può discutere di occupazione, di insediamenti inopportuni, di diritti umani, ma la volontà di far scomparire un intero popolo non è mai stata la politica israeliana. La guerra scatenata dopo le incredibili efferatezze del 7 ottobre è una guerra, terribile come tutte le guerre, contro un’organizzazione terroristica che si nasconde tra i civili. Distinguere tra la volontà di colpire i capi di Hamas e un presunto intento genocidario è un dovere etico e intellettuale fondamentale.
Anche perché quasi sempre donne anziani e bambini sono state vittime inconsapevoli della posizione in cui erano stati messi da Hamas e usati come “scudi umani” seduti sui depositi di munizioni .
In questo clima di confusione e di odio, stupisce e amareggia vedere come nell’inganno dell’antisionismo più radicale cadano anche persone di cultura come Moni Ovadia. È la dimostrazione di quanto potente e seducente possa essere la narrazione che, in nome di un presunto “antirazzismo”, finisce per riprodurre i più antichi stereotipi razzisti.
L’Europa si trova di fronte a una scelta. Può continuare a negare, per comodità o paura, la rinascita di un antisemitismo che non è mai morto, oppure può guardarlo in faccia e combatterlo con tutti i mezzi della democrazia. La posta in gioco non è solo la sicurezza dei cittadini ebrei, ma la salvezza della nostra coscienza civile e dei valori di convivenza su cui diciamo di aver costruito il nostro futuro, ma soprattutto come ricordava Ugo La Malfa è in discussione il valore dei principi occidentali che in questo momento spinto dalla violenza dei suoi nemici anche il governo israeliano pare avere annebbiati.
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