Ho letto con grande interesse l’editoriale dell’amico Riccardo Bruno pubblicato oggi su La Voce Repubblicana e dedicato alla storia del presidenzialismo americano, da George Washington a John Fitzgerald Kennedy. Un pezzo denso, colto, ricco di riferimenti storici e spunti che meritano attenzione. In particolare, l’autore ci invita a riflettere sulla tensione permanente tra la personalità del presidente e il sistema di pesi e contrappesi che caratterizza la democrazia statunitense.
Pur condividendo molti elementi dell’analisi, sento tuttavia il dovere di esprimere una riserva netta rispetto alle conclusioni, dirette e indirette, che si ricavano dall’articolo.
Non è solo una questione interpretativa ma è, prima di tutto, una questione politica.
Riccardo Bruno sembra suggerire che la democrazia americana abbia trovato la sua vera essenza nel prestigio e nell’autorità morale del presidente fondatore George Washington, più che nelle istituzioni repubblicane in quanto tali. A partire da lì, ci presenta un lungo percorso fatto di strappi, forzature, gesti unilaterali, che attraversano la presidenza di Lincoln, quella di Roosevelt e infine quella di Kennedy. Una linea narrativa che potrebbe far pensare, anche se non viene detto esplicitamente, che le istituzioni contano meno degli uomini che le abitano.
Questa lettura, per quanto suggestiva, non mi trova d’accordo.
Infatti, la forza della democrazia americana, e di ogni democrazia liberale, non risiede soltanto nell’autolimitazione di alcuni grandi uomini, ma nella tenuta delle regole, nella vitalità delle istituzioni, nella capacità di riformarsi senza rompersi. La grandezza di Washington fu certo quella di rinunciare volontariamente al potere. Ma sarebbe riduttivo trarne l’idea che la democrazia si fondi sull’eccezione personale e non sulla costituzionalità del potere.
Da questo punto di vista, evocare figure come Lincoln o Roosevelt per spiegare le ambiguità o le forzature dell’oggi rischia di diventare un esercizio fuorviante. Non possiamo mettere sullo stesso piano un presidente che salvò la repubblica americana durante una guerra civile sanguinosa, un altro che fronteggiò la più grave crisi economica del Novecento, e le attuali derive populiste che ambiscono a svuotare la democrazia liberale per sostituirla con un potere personale legittimato solo da “mandati diretti” e retorica anti-istituzionale.
Oggi, negli Stati Uniti, non è in discussione il carattere imperfetto del presidenzialismo, ma è in discussione la tenuta della democrazia stessa. La cosiddetta “rivoluzione trumpiana” (e su questo ho scritto proprio ieri sulle colonne de La Voce) rappresenta una svolta ideologica e antropologica che rifiuta non solo l’establishment, ma la stessa grammatica costituzionale americana.
È bene, quindi, non confondere la critica istituzionale con la nostalgia autoritaria, né giustificare il presente con il filtro mitologico del passato.
A questo proposito, mi sia consentito un riferimento alla nostra attualità. Oggi, più che mai, l’Italia rischia di allentare il proprio ancoraggio europeo, sotto la pressione di una maggioranza di governo che mostra gravi contraddizioni in politica estera: il sovranismo velleitario e sguaiato del vicepresidente Salvini, l’europeismo fragile e contraddittorio del ministro Tajani, e la servile adesione della Presidente Meloni a qualunque parola pronunciata da Donald Trump. Una linea che non solo svilisce la nostra posizione internazionale, ma che rinnega quella tradizione repubblicana che, come ricordava Ugo La Malfa, deve sempre sforzarsi di “tenere l’Italia aggrappata alle Alpi, perché non scivoli nel Mediterraneo”.
Quella frase di La Malfa, più che un’immagine geografica, è una bussola morale e politica. Significa che l’Italia deve rimanere saldamente ancorata alla cultura liberaldemocratica dell’Europa, anche quando i venti internazionali spirano in direzione opposta.
In questo contesto, credo anche che l’Italia, proprio in quanto paese maggiormente esposto ai venti del Mediterraneo, dovrebbe assumersi la responsabilità di contribuire attivamente a mantenere saldi i principi dell’atlantismo e a rafforzare le politiche di riferimento tra Stati Uniti ed Europa. Non possiamo permetterci di diventare un anello debole di questo rapporto storico e strategico, né tantomeno un punto di frizione tra due mondi che condividono radici politiche e culturali profonde.
La forza della democrazia non si misura con la potenza dei leader, ma con la capacità di proteggere le istituzioni dalla tentazione di piegarle a misura del potere.
In questo senso anche la democrazia americana può morire di se stessa, cioè dall’interno (come ho avuto modo di argomentare qualche tempo fa in una riflessione pubblicata su La Voce Repubblicana). Io continuo a credere che la democrazia americana abbia spalle larghe per difendersi, ma credo anche, e a ragion veduta, che Donald Trump rappresenti una seria minaccia per quella che, dal 4 luglio 1776, è il faro della democrazia per il mondo intero.
Ringrazio dunque l’amico Riccardo Bruno per aver riaperto il dibattito.
Ma proprio perché la storia è una cosa seria, va maneggiata con la responsabilità che si deve a chi guarda al futuro senza cedere alle scorciatoie del presente.
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Eugenio mi perdonerà se abuso della mia qualifica di Direttore politico per una postilla in calce. Proprio poiché la storia è una cosa seria, fino a che la presidenza Trump è in corso, non fa parte della storia, fa parte dell’attualità. Solo ieri un giudice federale ha contestato a Trump, sulla base della legge, quello che non fu contestato a Washington e Lincoln, che pure fecero lo stesso, ovvero l’invio delle truppe in uno Stato dell’Unione. La popolazione americana sarà libera di decidere nel merito della vicenda se la presidenza abbia ragione e lo vedremo alle elezioni di metà mandato, sempre che qualcuno non decida di sparare di nuovo a Trump. Ecco, l’essenza della democrazia americana, la possibilità di contraddizione. Una cosa che i regimi autoritari, quelli che Caracciolo lamenta l’America pretendeva di cambiare, nemmeno si sognano. rb
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