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Anatomia di un omicidio

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
16 Luglio 2024
in L'editoriale
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L’unico capo di Stato che poteva vantare di muoversi liberamente fra la folla era Silla e pure aveva ucciso almeno un parente a una famiglia romana su due. Tanto Silla aveva corrotto i suoi sostenitori che chiunque avesse voluto vendicarsi sapeva che avrebbe scatenato una furia omicida. Silla non ebbe mai nulla da temere dal popolo anche quando depose la dittatura. Messo da parte Silla è tutto un altro paio di maniche, in particolare per i presidenti statunitensi che nel complesso sono i più bersagliati, senza dimenticare gli attentati a Bonaparte che contava di un servizio di sicurezza eccezionale. Poi ci sono le morti dello Zar russo Paolo primo, dell’arciduca d’Austria, o del presidente francese Carnot, il figlio di Lazare, per mano di un’anarchico italiano, o del tedesco Ratenhau e persino la principessina Sissi, vai a capire perché, venne assassinata. Per cui adesso non bisogna enfatizzare troppo la casistica americana, ci sono omicidi governativi in abbondanza.

Certamente le morti di Lincoln e Kennedy sembrerebbero rifrangersi in uno specchio, mentre quelle dei presidenti Garfield e McKinley sono casi più circoscritti. Per avere un’idea della personalità di Lincoln bisogna rifarsi al giudizio di Huston che lo conosceva bene. Huston sterminatore di indiani, anche se aveva sposato una donna cerokee e vincitore dell’armata di Sant’Anna in cinque minuti, quando leggete diciotto sbagliano, texano indomito, chiese agli Stati confederati di piegarsi alla volontà di Lincoln senza discutere. Forse che Lincoln era dalla parte della Costituzione repubblicana? Nemmeno per sogno. Lincoln la Costituzione se la metteva sotto i piedi, solo che Huston lo considerava un pazzo con il botto. Marat, Danton e Robespierre messi tutti insieme sembrano degli zerbinotti moderati in confronto a Lincoln. Cosa chiedeva Marat, in fondo? 5 mila teste? Era tanto per dire. Fosse rimasto vivo mai si sarebbe presa nemmeno quella del duca di Orleans. Marat amava minacciare per intimidire l’assemblea, tanto fumo, poco arrosto. Già Danton era stato più pericoloso, infatti, nemmeno due anni sugli scudi che si sposa un’aristocratica con prete refrattario e professa l’indulgenza. Robespierre si, ha un’anima di ferro, ma al terrore vuole la virtù e persino punire gli estremisti. Per Lincoln il terrore è la virtù stessa, una sola cosa. La rivoluzione vuole piegare 50 mila ribelli in Vandea? Lincoln ne elimina seicentomila su un territorio dieci volte tanto. I generali giacobini a Lione sono dei mollaccioni di fronte ad uno Sheridan a Shenandoha. La rivoluzione comporterà una ridistribuzione della ricchezza e un’aristocrazia borghese. A Lincoln non importa niente della ricchezza, meglio la miseria purché sia fatta giustizia ed eguaglianza e libertà. I borghesi li detesta, ama solo i militari. A tutto il giacobinismo gli mangia in testa. La rivoluzione non ci pensa proprio a liberare gli schiavi, perderebbe la competizione mercantile con l’Inghilterra nelle colonie. Lincoln è pronto a mandare in rovina dieci Stati, creare nuovi poveri e dare un calcio a qualsiasi ricchezza. La Francia rivoluzionaria sventola un’ideale per promuovere l’interesse, Lincoln vive del solo ideale. Però ha vinto la guerra. Un caso fortuito che il generale Lee era rimasto alle strategie del seicento e l’unico vero genio dell’armata sudista, il generale Stuart non viene coordinato nella battaglia di Gettysburg. Incredibile ma vero. Altrimenti vai a raccontare della potenza industriale del nord con i sudisti a bere whiskey a Washington.. Poi il colpo di fortuna. Stuart muore e a quel punto i generali nordisti iniziano a tirare il fiato. Persino uno come Custer passa alla ribalta. In pratica Lincoln ha messo a rischio la stessa Unione. E per cosa? L’abolizione dello schiavismo aveva aperto la strada alla segregazione. A quel punto in un paese devastato da oltre un milione di morti, su Lincoln era stato messo un bersaglio in fronte.

Non che Kennedy avesse ragioni di maggiore tranquillità. Solo che si parlasse di “Camelot”, di “corte”, in un paese repubblicano era aspetto sufficiente a creare malumore all’interno dello Stato. Poi il presidente pestava davvero i piedi, con i poteri concessi al fratello contro i comunisti, i mafiosi, gli anticastristi. Hoover, il capo dello Fbi, si sentiva messo in un angolo. Infine Kennedy riprendeva la battaglia dei diritti dei neri. Gli sparano a Dallas, con fuoco incrociato, come in un agguato in battaglia. Quando un presidente eccelle, dimentica il principio repubblicano, un principio pur sempre livellatore. Anche Nixon subì un attentato, non cruento, il Watergate, tale da cancellare il successo ottenuto in Vietnam rilanciando tutti i pacifisti frustrati dall’idea che le bombe erano state parte della soluzione. L’altra era anche peggiore, la mano tesa alla Cina. Una pallottola per Nixon, in certi ambienti, sarebbe stato fin troppo onore. Meglio il discredito, era uno psicopatico quel quacchero di Richard.

Con tutto il rispetto, Trump, non è a questi livelli. C’è sicuramente un pazzoide e una falla della sicurezza, il resto è fantasia. La tensione politica creata da una personalità così sopra le righe non va sottovalutata, certo. Ma la presidenza Trump è parsa nella media, più Gerald Ford che Reagan, tanto da dover far assaltare il Campidoglio per darsi un tono e probabilmente si è pure pentito di quella prodezza.. Gli piace troppo il golf a Trump per diventare un vero capopopolo e tanti lo votano proprio per questo, quell’innocuo fanfarone di Trump.

Tags: LincolnSilla
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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