Il 2024 ha segnato il centenario della morte di Franz Kafka. Ebbene, fra le pubblicazioni cadute in ricorrenza di esso, spicca l’edizione italiana di quella parte del lascito di Elias Canetti costituita da appunti in margine a saggi da scrivere, nonché per discorsi e conferenze che hanno come argomento lo scrittore praghese (Processi. Su Frank Kafka, tr. it. di di R. Colorni e A. Vigliani, Adelphi, Milano 2024, pp. 367), oggetto, per lui, di una «idolatria» e di una passione letteraria così incondizionata che arriva fino al punto di dire:«Ogni riga di Kafka mi è più cara della mia intera opera». «Degli scrittori “viventi” – scrive nel 1947 – è l’unico che mi tocca davvero nell’intimo, che ammiro come uno degli antichi».Di un “antico” che mostrava però una marcata propensione verso il futuro, tant’è che Kafka, considerato da Canetti, insieme con Proust e con Joyce, come uno tre dei vertici della letteratura novecentesca, se ne differenzia in quanto proteso non verso il passato, come l’autore della Recherche, né verso il fluire dell’attimo presente, come l’autore dell’Ulisse, ma appunto verso ciò che deve ancora venire.
Canetti descrive Kafka come uno scrittore la cui «superiorità», che lo rende «inattaccabile», non sconfina mai in pienezza di sé o in vanità: la sua «passione […] per l’autorimpicciolimento» fa sì che non si pavoneggi mai. «Si vede piccolo e avanza a piccoli passi. Ovunque posi il piede, avverte l’insicurezza del suolo». E proprio procedendo in avanti con lui in modo felpato e «a piccoli passi», si diventa più modesti, più «buoni, ma senza esserne orgogliosi». Egli rinuncia così a somministrarci prediche e, in particolare, a trasmetterci la tavola dei «comandamenti» di suo padre. Spezza la catena di quelle prescrizioni che si tramandano, ossessivamente, di padre in figlio. «Per lui i comandamenti diventano altrettanti dubbi. Fra tutti gli scrittori è l’unico che il potere non abbia in alcun modo contagiato; non vi è potere, di nessun genere, cui egli ricorra». Ecco perché, abbandonandosi a lui, ci si rende migliori, ma al prezzo di perdere la propria forza. In tal senso, Kafka, da scrittore, non si colloca mai dal punto di vista di Dio. Ma neanche dal punto di vista di un bambino. Uno degli aspetti che lo rende più inquietante è, anzi, forse, proprio «il suo costante essere adulto. Egli pensa senza comandare, ma anche senza giocare». E questo suo pensare «senza comandare» è appunto ciò che lo porta ad assumere, del tutto naturalmente, la parte del più debole, della vittima. «A tal punto egli è la vittima che vede tutto sempre dalla prospettiva della vittima». Non prova pietà, perché la pietà stessa è un segno di forza. «Lui invece diventa il debole e sente la minaccia del forte».
Canetti ci racconta anche come e quando avvenne il suo primo incontro con Kafka. Fu nell’inverno del 1930/31, grazie alla lettura de La metamorfosi, un racconto di cui dice: «m’incantò: mi parve perfetta». E aggiunge: «nessuna opera mi toccò così intimamente». A quel tempo, lavorava alla stesura del suo unico romanzo Auto da fé (1935), la cui prima parte – come riconosce – venne sottoposta a un nuovo sviluppo, proprio dopo la lettura del racconto kafkiano. Ma è solo nell’estate del 1948, con la lettura de Il processo e de Il castello, che si può dire che Canetti abbia conosciuto lo scrittore praghese in modo compiuto e «veramente». Nel 1968, egli ci racconta poi di aver riletto La metamorfosi. Temeva che non gli sarebbe piaciuta così tanto e, invece, la trova ancora «più perfetta» di quanto la ricordasse: «più ricca, più incomparabile, più vitale. Continuo a essere convinto che quest’opera, da sola, basterebbe a rendere Kafka immortale». Costruito facendo leva su un ingranaggio «inesorabile», il racconto sviluppa un tema – lui all’interno della sua famiglia – che è una peculiarità esclusiva di Kafka. «Dalla metamorfosi di Gregor in un insetto nasce una famiglia», perché, se Gregor stesso era colui che, fino a quel momento, aveva provveduto al mantenimento della famiglia, ora, una volta che ne era stato escluso, «il padre torna a essere veramente padre».
Riprendendo il motivo che vuole che «il suo regno [di Kafka] era l’impotenza, cosa per cui «lo si dovrà amare sempre», Canetti lo definisce anche come la «natura […] più nobile» del XX secolo. Anzi, egli sarebbe morto così presto, forse, proprio per conservare intatta, fino all’ultimo, la purezza della sua intuizione e la sua «peculiare innocenza». «Solo in questo senso si può dire che […] Kafka è rimasto uguale a se stesso: fin dall’inizio aveva una unità, quella della sua vecchiaia, e gli è stato risparmiato di diventare giovane più tardi».
Quanto allo stile di Kafka, Canetti parla inoltre di una «purezza della tessitura» come tratto inconfondibile della sua opera, la cui uniformità dipende dal fatto che la sua costituzione si avvale di un «materiale speciale»: in essa, tutto viene visto da un’unica prospettiva che emana, però, dal mondo che viene rappresentato e non da chi lo rappresenta. «Un effetto stranissimo. Lo si potrebbe definire il non drammatico per eccellenza». È così che nello scrittore praghese non troviamo affatto il «caos della forma». E questo perché egli bandisce il primo, isolandolo dietro a una superficie di ordine. Tutto ciò solleva la domanda se, con la perdita programmatica dell’ordine nella letteratura a noi più vicina, non sia andato perduto anche un «qualcosa di davvero essenziale».
Complessivamente, dall’incontro con Kafka, uno solo è il rimpianto che resta vivo in Canetti: quello che, una volta morto, sarà privato per sempre del piacere di leggerlo. «Quando penso alla morte, mi turba l’idea che dovrò separarmi da Kafka».







