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Il giorno dei morti, l’Europa del Congresso di Vienna

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
1 Novembre 2024
in L'editoriale
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Le potenze vincitrici della Francia rivoluzionaria si riunirono a Vienna per ridisegnare l’Europa il primo novembre del 1814, un po’ prematuramente. Mentre ancora discutevano Bonaparte sarebbe tornato a marzo dell’anno successivo, in quell’impresa che Chateaubriand definì “l’invasione della Francia da parte di un uomo solo”. Eppure suscitò lo stesso un certo timore. Quello chiese la pace e tutti gli dichiararono guerra. Qualche ragione di apprensione pure c’era dal momento che ancora alla guida di un esercito di 40 mila coscritti, Napoleone inflisse sconfitte ad armate tre volte più numerose nella campagna di Francia, mentre i russi per combatterlo a Lipsia dovettero affidarsi a Moreau e a Bernadotte. Il mitico Kutuzov, questo genio della strategia, una volta impattato i francesi durante la loro ritirata verso la Beresina, vide messi un fuga 12 mila uomini da 500 cacciatori a cavallo del maresciallo Oudinot e novemila rimasero sul campo. Episodio che si conosce dalle corrispondenze militari russe, perché quelle francesi vennero appunto espurgate dal Congresso di Vienna.

Stendhal era convinto che se Bonaparte avesse studiato in un istituto privato, invece che in un collegio militare regio, gestito da preti, avrebbe imparato un po’ di amore per la libertà, che gli mancava affatto, mentre Taillerand spiegava al conte di Caulaincourt, che i francesi erano un popolo erudito, il loro sovrano no, l’esatto contrario di quanto avveniva in Russia. Fu così che Parigi si sarebbe buttata letteralmente ai piedi di Alessandro, conquistata davvero dal suo garbo e dalla mitezza che fece quasi riconoscerlo come francese, non come russo. Allora si era tutti convinti che il giovane zar fosse un illuminista incompreso, quando in verità egli aveva già eliminato tutti i francofili dalla sua corte e ancora spediva in Siberia quelli sospettati di esser tali. Se già l’élite russa era arretrata rispetto a quella europea, con Alessandro timoroso che la discesa di Napoleone avesse diffuso le idee rivoluzionarie presso il suo popolo, impose una repressione capillare in tutti gli ambienti. senza consentire mai un testimone a discarico, purché cadessero le teste e riavere sicurezza.

Sebbene fosse al dunque stata l’Inghilterra a sconfiggere Napoleone a Waterloo e soprattutto, quello che più conta in Spagna, fu Alessandro a presentarsi come il vincitore al Congresso di Vienna. La ragione era che il suo esercito aveva subito perdite maggiori di ogni altro e Napoleone pur non avendo mai perso nemmeno una scaramuccia di fucileria, si era ritirato dalla Russia, non dalla Spagna dove aveva mandato solo suo fratello. Poi l’Austria, che sarebbe stata in grado di tenere testa alla Russia, era discreditata dal matrimonio consumato con il mostro, mentre la Prussia, fu Blucher a colpire Napoleone alle spalle, Wellington aveva già perso, doveva tutto alla Russia che ne aveva salvato quel cornuto del re. Quanto agli altri statarelli tedeschi, meritavano giusto commiserazione. I due principali diplomatici presenti al Congresso, Taillerand e Metternich disegnarono una Europa come voluta dalla Russia di Alessandro, tale da convincere subito gli inglesi di aver combattuto tutto quel tempo dalla parte sbagliata. Fu allora che l’Inghilterra, sbrigati i suoi affari e ripristinato il libero commercio, ritenne meglio frequentare solo i porti del continente. Era stata la stessa Inghilterra ad aver rimesso sul trono di Spagna i gesuiti cacciati dalla Francia, e quelli subito corsero ad abbracciare Alessandro che li aveva persino ospitati a Mosca, quanto al papa, Napoleone aveva avuto l’intuizione di arrestarlo, ma poi pietoso, lo aveva salvato dalla fossa, condannandosi con le sue stesse mani. Il papa gli mise contro tutta la cristianità, De Maistre il suo profeta. E dove si trovava De Maistre dal 1812? Alla corte di San Pietroburgo.

A Vienna si chiuse il cerchio dell’intera reazione europea, la bava alla bocca per le umiliazioni subite in più di vent’anni di dominio francese. Protagonista politico del congresso fu colui che più si era sentito umiliato e il suo impero messo a rischio, da quella demoniaca epopea. Fu talmente soddisfatto dalle disposizioni stabilite dal congresso che Alessandro praticamente si ritirò in un monastero. Tranquillo di poter ignorare quello che sarebbe accaduto nel mondo. Di fatto, fino alla sua morte, 1825, e per i cinque anni successivi, non accadde niente. L’Europa che aveva voluto lo zar, era più morta di lui.

Bisognò aspettare il 1830 e nemmeno a dirlo, tutto ricominciò dalla Francia dove si insediò finalmente un re costituzionale per placare il risveglio della folla. La borghesia già aveva dato di suo. Il duca di Orleans era solo il figlio di Filippo Egalitè che con la sua ambizione ed i suoi denari fu l’autentico motore della Rivoluzione, eppure vederlo sul trono fece un certo effetto. Mentre il marchese di Lafayette richiamato alla guida della guardia nazionale rappresentava tutte le speranze disperse di un’epoca. Vecchio, grasso e claudicante, il marchese riprendeva il cammino. Non che avrebbe fatto molta strada. Quindici interi anni di egemonia russa e le istituzioni europee erano tornate direttamente nel medioevo. Pensare che Alessandro era, per l’appunto, quello emancipato. Fosse stato Putin, ne sarebbero passati cinquanta di anni.

Tags: Franciarussia
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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