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C’è del marcio nella stampa italiana

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
25 Marzo 2025
in L'editoriale
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Nel secolo scorso quando gli uomini politici erano invitati in televisione si confrontavano con l’opinione pubblica più diffusa, attraverso il filtro di un moderatore. Questo per lo meno fino a quando vigeva il monopolio della televisione di Stato. Dopo di che il delirio. Più della preoccupazione di conoscere le proposte e le intenzioni delle forze politiche, interessava la spettacolarizzazione del dibattito. Un cittadino oggi accende la televisione e come minimo si trova due controparti che si danno la voce addosso. La militarizzazione della televisione pubblica e privata è tale per cui ci sono intere cordate di personaggi televisivi che poco si preoccupano di sapere cosa veramente accade nell’universo mondo. Gli interesse solo esporre la loro idea di questo, ed anche a ragione. Rappresentano una posizione politica, non una libera opinione.

Nulla ancora si era visto come la trasmissione della Nove a cui ha partecipato Carla Calenda la settimana scorsa, tre colleghi contro un solo ospite. Può anche essere che Calenda sbagli tutto e tutti gli diano addosso, altrimenti c’è qualcosa di marcio nel sistema dell’informazione mediatica, capace com’è di organizzare solo coloro che la pensano allo stesso modo.

Ora la situazione sulla guerra in Ucraina appare indiscutibile attraverso la mappa. Dal 2014 al 2025 la Russia bombardando ogni giorno quel paese negli ultimi tre anni, ne ha occupato meno del venti per cento. La Russia non ha preso nemmeno Zaporizha e entrata a Kherson, l’ha lasciata. Tre mila metri dai suoi confini. Anche se questo territorio fosse stato conquistato solo in tre anni, per occupare l’Ucraina intera, ne servirebbero minimo altri 15 di guerra. La controprova è data dal fatto che per un territorio di dimensioni insulse come quello della Cecenia e con una popolazione di meno di un milione di abitanti, Putin ha dovuto fare una guerra di sterminio lunga nove anni e senza che nessuno aiutasse la Cecenia. Alltro che vittoria della Russia. La Russia dovrebbe combattere vent’anni per sconfiggere l’Ucraina e dovrebbe impiegare gli stessi metodi impiegati in Cecenia. Il motivo non è militare, perché la Cecenia era disarmata è politico. La Russia non dispone di consenso popolare nella Regione. Tutti questi esperti di guerra che straparlano dimenticano la cosa fondamentale per vincere. Senza consenso popolare, non ti potrai mai imporre per quante battaglie porti a casa. La Russia non ha nemmeno più i russofoni in Ucraina a sostenerla. Il motivo per cui le trattative di pace avviate da Trump sono destinate a fallire.

La pace Putin può farla solo occupando Kyiv, non da ospite a Riad. La stampa italiana che considera Putin invincibile, non se ne accorge, quando al Cremlino sanno benissimo cosa significa vincere una guerra. Significa ,occupare Berlino, Varsavia, Budapest e Praga, non dover marciare su Odessa, perché in mare non riesci a spostare più una nave che ti viene affondata. Una Russia tanto debole come questa diventa una minaccia per frustrazione. Se non si dispone di una sufficiente deterrenza militare vai a sapere che fallito in Ucraina non riprovi in Lettonia. Magari la Nato è distratta. Alle democrazie europee fa comprensibilmente orrore l’idea che Trump rivendichi la Groenlandia. Eppure la militarizzazione della Groenlandia sarebbe il più grande sistema difensivo nei confronti dei russi che gli americani potrebbero disporre senza nemmeno dover minacciare il nucleare. La Russia non può usare l’atomica in Europa per le distanze a contatto. Gli americani invece potrebbero tranquillamente colpire con le atomiche la Russia. Putin può tirare la corda fino ad un certo punto a meno che non sia in grado di colpire l’America, non Londra.

licenza pixabay

Tags: CalendaTRavaglio
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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