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Claudio Martelli, dalla morte di Falcone alla fine dei bipopulismi

di Francesco Subiaco
20 Giugno 2022
in Analisi
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Dopo una lunga carriera politica che lo ha visto protagonista nelle fila del partito socialista, Claudio Martelli ha continuato a portare avanti le sue idee attraverso l’attività giornalistica come direttore de lo storico quotidiano L’Avanti e con  un’ampia produzione saggistica.  Il suo libro più recente Vita e persecuzioni di Giovanni Falcone edito da La nave di Teseo, ripercorre la lotta alla mafia condotta dal giudice assassinato, all’epoca suo principale collaboratore al ministero della Giustizia.  Dal ricordo di Giovanni Falcone abbiamo iniziato ad intervistarlo.

A trent’anni da Capaci, chi si è dimenticato delle chiusure e delle persecuzioni fatte contro Giovanni Falcone? 

«Siamo noi che non dobbiamo dimenticarci chi ha perseguitato e ostacolato Falcone e la sua lotta alla mafia. Falcone è stato vittima di Cosa Nostra che dopo diversi tentativi è riuscito ad ucciderlo, ma è stato anche perseguitato dai suoi colleghi magistrati, dall’ANM e da alcuni suoi colleghi della Cassazione. Perseguitato perché è stato trattato come un generale che dopo aver sconfitto un nemico storico della sua nazione, invece di venir premiato per il suo coraggio e la sua dedizione, viene degradato e privato di ogni comando. Questo è quello che è accaduto esattamente a Falcone dopo la vittoria del maxiprocesso sulla mafia nel 1988, da capo de facto dell’ufficio istruzione di Palermo venne sostituito dal CSM da Antonino Meli, che aveva smontato il processo Chinnici, e che fu scelto proprio perché aveva idee opposte alle sue. Infatti, appena divenuto capo dell’ufficio istruzione, Meli iniziò a distruggere tutto il lavoro fatto da Falcone, con il supporto della Corte di Cassazione, perché secondo loro, la mafia è una organizzazione di bande casuali, svincolate l’una dall’altra e che non c’entra nulla con quella militarizzata, gerarchica ed organizzata descritta da Buscetta. Un ritorno allo status antecedente al Maxiprocesso, che aveva abbandonato tutti quei magistrati che volevano continuare la lotta alla mafia, svincolando l’azione delle procure e dei pm. In questo contesto Falcone si sentiva un alieno.  La norma prevedeva di non fare la lotta alla mafia e al contrario di instaurare una convivenza e non belligeranza con quella». 

Di fronte al flop dei referendum della giustizia, crede che lo strapotere del “sistema giudiziario” sia un problema che la società civile e i media non vogliono ancora affrontare?

«Penso che nel promuovere i referendum bisognerebbe sempre tenere in considerazione la lezione della storia, poiché i referendum vincenti, a parte quello su monarchia e Repubblica, furono sempre giocati in difesa, come divorzio o aborto, o tenendo in considerazione questioni di massa, come quello sul nucleare, a seguito del disastro di Chernobyl, o quello sulla Giustizia, dopo il caso Tortora. I referendum sono strumenti di consultazione popolare ed il popolo non lo si consulta per questioni che non sono mature, chiare ed evidenti. Quindi bisognerebbe farne uno alla volta sulle grandi questioni e non cinque. Non mi fraintenda, la giustizia è sicuramente una grande questione, ma è stata inflazionata nel tempo attraverso modifiche finite nel nulla, o che hanno portato a peggioramenti, come con l’abolizione della prescrizione voluta dai 5 stelle, tutti elementi che ne hanno fatto un tema usurato, controverso e lontano dalla sensibilità dell’elettorato. Bisogna poi considerare un altro problema, ovvero la bulimia referendaria da cui siamo stati colpiti negli ultimi anni, che consiste nel produrre una indigestione di referendum, attraverso numerosi quesiti, troppi, e non ancora “digeriti” dal paese, che in più sono scritti in maniera ostica ed incomprensibile e non permettono agli elettori di metabolizzare i temi su cui dovrebbero andare a decidere. A queste argomentazioni va sommato un ulteriore errore fatto in partenza dai radicali, ovvero una campagna sulla giustizia condotta insieme ad un partito giustizialista per quasi tutta la sua storia, come la Lega, affidandosi, soprattutto, ad un leader decadente come Salvini. Un leader in totale declino e che ha perso totalmente la sua credibilità di fronte agli italiani per le sue posizioni ambigue, scellerate ed errate e che si è interessato ai temi del garantismo solo dopo essere stato indagato dalla magistratura, mentre ha trascorso tutta la sua carriera basandosi su un giustizialismo spicciolo che è l’opposto della visione laica su questi temi».

Crede che i risultati deludenti di queste elezioni amministrative siano il segno della totale sfiducia dei cittadini verso la politica che non ha saputo creare una vera alternativa alle forme della prima repubblica?

«Certamente, ma si tratta di un processo che dura da ormai trent’anni. Il fallimento di questo ordinamento politico è conclamato ed incontrovertibile, poiché non si può pensare che una forma democratica possa reggersi esclusivamente sul principio di “alternanza”. Una reductio ad unum della forma democratica con cui non sono assolutamente d’accordo. Poi è innegabile che nella prima Repubblica non ci fosse alternanza, ma ciò non era dovuto alla trama di un sistema, ma al fatto che il PCI, fosse il partito satellite di un’altra potenza ostile all’alleanza Atlantica ed all’unità politica e difensiva dell’Occidente, che l’Italia aveva liberamente scelto e che non era una convenzione, ma una necessità del paese. Dobbiamo poi ammettere che la fine del sistema dei partiti, con la caduta dei muri, è stato seguito da una serie di cambiamenti che i massimi esponenti del fronte democratico non hanno capito, fatta eccezione per Cossiga e per me.  Lui ne parlò nel discorso di Edimburgo, io nell’ultimo congresso del Psi. Dopo ci fu il monopolio di due opposti schieramenti, uno quello berlusconiano, che doveva fare la Rivoluzione Liberale, ma si è ben guardato dal farla, e dall’altra parte una coalizione cosiddetta di centro sinistra, che consiste nell’incontro fatale tra la sinistra DC e i comunisti rinnegati, che si convertirono al liberismo, come ha dimostrato la totale svendita del nostro patrimonio pubblico. La cosiddetta Seconda Repubblica si sta concludendo con il fallimento conclamato dei due bipolarismi e bipopulismi».

E Lega e 5 stelle, che ruolo hanno giocato?

«La Lega è diventata l’opposto delle ragioni e delle motivazioni che hanno caratterizzato le idee e la storia di questo partito, rappresentato dal percorso di Salvini che da federalista è diventato nazionalista, da giustizialista difende il diritto di chiunque di difendersi. Escluso il popolo ucraino, naturalmente.  E anche in questa occasione Salvini mostra le proprie contraddizioni ed ambiguità. I 5 stelle invece sono un partito in ritirata, in rotta dall’inizio della legislatura, mentre Berlusconi è al termine della sua esperienza politica, mostrandosi in ultimo come un nume del centrodestra».

Una situazione poco incoraggiante.

«Non ci sono leader, a parte Renzi che gioca a fare il politico un giorno e l’ex politico l’altro. Un suicidio. In questo scenario c’è chi vorrebbe ritornare alle coalizioni che hanno governato il paese in questi anni senza avere una minima idea delle basi su cui ricostruirle».

La Meloni ha delle chances?

«La Meloni è caratterizzata dal suo terribile discorso sul palco di Vox, dove cercava di carezzare gli eredi del franchismo, ostentando una coerenza che sarebbe anche lodevole, se non ci fosse il piccolo difetto che lei è coerente sì, ma nell’errore. Si descrive come patriota, quando la destra non c’entra niente col patriottismo, perché la patria è roba nostra è quella che hanno difeso i repubblicani e i garibaldini durante il risorgimento, non quella mescolanza orrenda di autoritarismo, bigottismo ed arretratezza dei falangisti spagnoli».

Martelli lei dai giovane è stato iscritto alla FGR, quanto ha contato, e che impronta le ha lasciato, la sua esperienza repubblicana nel suo percorso politico e culturale?

«È stata importantissima, per l’insegnamento di Cattaneo, per l’esempio di Mazzini, lasciandomi l’impronta di un modo di fare politica Laico che si basava non sullo scontro di classe, ma sulla cooperazione tra capitale e lavoro. Mi sento tuttora molto vicino a quelle idee mazziniane e laiche che ho sempre visto prossime e contigue con quelle socialiste». 

foto Galleria dell’Avanti diretto da Claudio Martelli

Tags: falconeMartelli

Francesco Subiaco

Francesco Subiaco studia Economia presso l'Università Roma 2 - Tor Vergata. Collabora con la Fondazione Leonardo - La città delle macchine, «Il Giornale off», «Dissipatio», «Generazione liberale»

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