Il mondo repubblicano sta attraversando una fase di fermento e confronto interno, stimolata anche dai recenti risultati elettorali in Calabria e in Toscana. Tali risultati rappresentano un segnale importante per il Partito Repubblicano Italiano e, più in generale, per l’intero spazio riformista del nostro Paese. In entrambi i territori, infatti, si è registrata una buona affermazione della Casa dei Riformisti, non solo come contenitore politico coerente e riconoscibile, ma anche come strumento capace di offrire rappresentanza a un elettorato alla ricerca di pragmatismo, laicità, europeismo e senso delle istituzioni.
Il successo della Casa è andato di pari passo con il consenso raccolto dai candidati repubblicani, a conferma che – laddove il PRI è in grado di esprimere personalità radicate, credibili e competenti – il nostro patrimonio ideale può ancora tradursi in consenso, incidendo concretamente nel dibattito pubblico.
In questo clima di confronto, è naturale che emergano proposte, suggestioni e possibili interlocuzioni. Tuttavia, condivido pienamente la posizione del Segretario nazionale Corrado De Rinaldis Saponaro, che ha giustamente ritenuto di non aprire contatti o trattative politiche in questa fase. È una scelta di prudenza, di responsabilità e di coerenza: prima ancora di cercare convergenze, serve consolidare una linea autonoma, saldamente ancorata alla nostra storia e visione repubblicana.
Ciò non significa chiudersi. Anzi, guardando con lucidità al panorama nazionale, tra le diverse proposte che si affacciano, quella della Casa dei Riformisti appare oggi la più in sintonia con il nostro DNA politico e culturale. Essa recupera lo spirito del centrosinistra lamalfiano, con cui il PRI contribuì a costruire un’Italia moderna, laica, atlantica ed europea. Una sinistra riformista e responsabile, non ideologica né populista, che affonda le sue radici in una cultura di governo che oggi sembra sempre più rara.
Ma se è vero che le esperienze locali possono offrire spunti preziosi, è altrettanto vero che sul piano nazionale non si possono adottare le stesse logiche. L’Italia che vogliamo costruire non può essere la somma di alleanze tattiche o di accordi dettati dall’urgenza del momento. Serve una visione complessiva del Paese e del suo ruolo nel mondo occidentale. Serve un progetto che tenga conto della crisi delle istituzioni democratiche, del declino del parlamentarismo, delle minacce esterne alla sovranità europea, e soprattutto del rischio di indebolimento dell’ombrello della NATO, in un’epoca in cui gli Stati Uniti potrebbero ridurre il loro impegno nel difendere l’ordine liberale che per oltre 70 anni ha garantito pace, stabilità e progresso.
Il PRI è da sempre una forza profondamente occidentale, laica, democratica e atlantista. E in questa fase di transizione globale, non può e non deve rinunciare al suo compito: presidiare con fermezza i valori dell’Occidente, della cooperazione euro-atlantica, della legalità costituzionale e del parlamentarismo. Il dibattito nazionale non può ridursi alla rincorsa di formule elettorali. Deve interrogarsi su quale Italia vogliamo nei prossimi decenni, e su che posto vogliamo occupare nel mondo.
In questo contesto, è anche giusto guardare con realismo alle ipotesi in campo. I ripetuti tentativi di costruire una Terza Via liberaldemocratica, dagli anni Ottanta a oggi, si sono spesso infranti contro debolezze strutturali e divisioni personali. L’ultimo esempio è la costituzione mai nata del Terzo Polo, da cui nasce oggi l’ipotesi “Marattin”, tesa a ricomporre un’area liberale e riformista in convergenza con Azione. Ma proprio questa convergenza, alla luce delle esperienze precedenti, rischia di riproporre le stesse fragilità: scarsa chiarezza identitaria, tendenza all’omologazione, assenza di radicamento territoriale e di una vera cultura politica condivisa. Il PRI non può permettersi di partecipare a progetti nati già precari, e soprattutto privi di un’anima coerente con la nostra storia.
A tutto questo si aggiunge una riflessione di fondo. Il vero problema oggi non è tanto un’opposizione che spesso appare fragile e contraddittoria nei contenuti, ma un governo inadeguato, miope e privo di visione, che abbiamo sempre criticato nel merito, con responsabilità e senza pregiudizi ideologici. Le scelte portate avanti su molti fronti, dalla politica estera alla gestione economica, fino alla compressione degli spazi democratici, segnalano una crescente distanza dalle esigenze reali del Paese.
E proprio per questo, non possiamo ignorare l’importanza della prossima legislatura, che culminerà con l’elezione del Capo dello Stato. Un momento decisivo per la tenuta della nostra Repubblica. Può una forza come il PRI, con la sua tradizione di cultura costituzionale e parlamentarista, permettersi di esporre l’Italia al rischio di un Presidente di ispirazione nostalgica o illiberale? Noi diciamo di no. E diciamo che anche da questo punto di vista, valutare le proposte “terze” oggi in campo è doveroso.
Essere “terzi” non significa essere neutrali, né tantomeno rinunciare a un’identità o a una funzione politica. Significa costruire un’alternativa credibile, fondata su valori forti, non negoziabili: l’europeismo, l’atlantismo, la difesa della Costituzione, il parlamentarismo, la responsabilità di governo.
Sarà dunque il Consiglio Nazionale, e soprattutto il Congresso, il luogo deputato a discutere e definire con chiarezza la linea strategica del PRI per i prossimi anni. È lì che si dovranno valutare, alla luce di un dibattito franco e trasparente, tutte le ipotesi sul tavolo, alla ricerca di una sintesi politica che sia coerente con la nostra identità e proiettata verso le sfide future.
In questa prospettiva, la continuità della segreteria nazionale rappresenta un elemento imprescindibile. Solo con una guida autorevole, stabile e radicata come quella attuale, potremo valorizzare appieno questo momento di nuove opportunità e rilanciare con forza il ruolo del PRI all’interno di un campo riformista che torni a essere credibile, competitivo e soprattutto utile al Paese.
Il futuro è ancora da scrivere, ma oggi più che mai abbiamo la responsabilità di contribuire alla sua costruzione, con la coerenza e la determinazione che hanno sempre distinto i repubblicani nella storia d’Italia.







