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Com’è difficile essere uomini

di Giuseppe D'Acunto
14 Ottobre 2025
in Cultura
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Pierre Hadot (1922-2010) è stato uno dei massimi studiosi di filosofia antica e ha insegnato presso l’«École Pratique des Hautes Études» e il «Collège de France», dove, nel 1991, è stato insignito del titolo di professore emerito. Egli, a partire da una concezione della filosofia come «esercizio spirituale» e come stile di vita, ha rinnovato profondamente non solo la mostra maniera di avvicinarsi ai testi filosofici antichi, ma ha fornito anche un’indicazione precisa per riorientare il nostro modo di intendere la stessa filosofia. Di lui, postumo è uscito un libro (La filosofia come educazione degli adulti. Testi, prospettive, dialoghi, tr. it. di G. Leonardi, Marietti, Bologna 2024, pp. 329) che raccoglie ventitré saggi (comprese alcune conversazioni), preceduti da una «Prefazione» del filosofo americano, suo amico e collaboratore, Arnold I. Davidson e seguiti da una «Postfazione» della moglie, Ilsetraut Hadot.

Partiamo dal titolo. Educazione degli adulti è quella formula con cui il filosofo americano Stanley Cavell ha inteso fornire una definizione di che cos’è la filosofia, formula di cui un altro filosofo americano, Hilary Putnam, ha poi detto in un’intervista: «Penso che sia la mia definizione preferita». Ebbene, anche Hadot aderisce a ciò che viene espresso in questa definizione, ossia a una concezione della filosofia che si contrappone a quello che oggi è il modo comune di intenderla. Filosofare, afferma, infatti, «non è costruire una teoria, ma costruire una persona umana». Una concezione, questa, che, risalendo a Socrate e rimanendo in auge fino alla fine dell’antichità, può vantare di avere dietro di sé una tradizione molto lunga, se è vero che, ancora nel VI secolo d.C., il neoplatonico Simplicio, «tentando di definire il ruolo e il mestiere del filosofo nella città, non esita a dichiarare: è quello di uno “scultore di uomini”». In poche parole, filosofo è colui che, incarnando un esempio vivente, insegna ai suoi simili il mestiere di uomo.

Si diceva che questa concezione risale a Socrate, presso il quale si trova affermata chiaramente, soprattutto, nell’Apologia, in quei numerosi passi in cui egli rimprovera ai suoi concittadini di occuparsi dei loro beni, della loro fortuna e della loro fama, trascurando, però, del tutto di coltivare la cura della loro anima. Li invita, perciò, a operare «una conversione verso loro stessi, cambiando l’oggetto della loro preoccupazione». Per Aristotele, poi, vivere pienamente da uomo è, addirittura, andare oltre la condizione umana, in quanto votarsi alla vita filosofica significa già partecipare, in qualche modo, alla vita divina. Nel periodo ellenistico-romano, infine, colui che ricopre il ruolo di maestro svolge, all’interno della scuola, anche il compito di direttore di coscienza, nel senso che, di fronte agli allievi che confessano a lui i loro errori, cerca di raddrizzarne la condotta, facendo leva sul «valore terapeutico della parola». Su tutti, si veda il caso di Seneca nelle sue Lettere a Lucilio. E proprio qui si può cogliere una differenza tra il modo di praticare l’«educazione degli adulti» oggi e nell’antichità. Mentre oggi l’adulto pratica l’educazione su se stesso da sé, nell’antichità, la direzione di coscienza presupponeva, invece, non solo due persone, il discepolo e il maestro, ma anche che fra essi vigesse un rapporto non paritetico.

Hadot arriva così a concluderne che «la domanda “Come vivere?” è il problema filosofico per eccellenza». Cosa che era ben chiara, ad esempio, ancora a Kant, quando opera una contrapposizione tra filosofia “scolastica” e filosofia “cosmica”, ossia del mondo, dove, mentre la prima è astrattamente speculativa, solo la seconda è quella che interessa ogni uomo, nella misura in cui si propone come fine la saggezza.

Restando a Kant, di lui, è a tutti nota la seguente affermazione, che si trova all’inizio della «Conclusione» della Critica della ragion pratica: «due cose riempiono il mio animo di ammirazione e di venerazione sempre crescente»: «il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me». Ebbene, proprio di fronte al cielo stellato, Hadot, in un passo in cui ripercorre le tappe della sua formazione, dice di aver avuto, per la prima volta, l’impressione di essersi sentito appartenere al «Tutto del mondo, dal più piccolo filo d’erba alle stelle. […] Essa ha determinato la mia concezione della filosofia, che reputo come una trasformazione della percezione del mondo», come «uno sforzo per reimparare a vedere il mondo». Così, non è attraverso delle letture, ma è attraverso un’esperienza di «terrore e stupore», che, per Hadot, ha avuto inizio la filosofia. Per questa via, sorge e matura, in lui, l’idea della filosofia come «esercizio spirituale», dove a guidarlo è il fatto che, in Grecia, gli apprendisti filosofi sceglievano una scuola piuttosto che un’altra in base allo stile di vita spirituale che essa proponeva. «In Platone e Aristotele, lo stile di vita proposto non è morale ma scientifico, è la contemplazione disinteressata della natura. Ma è una finalità che condiziona tutta l’esistenza».

Si parlava della «cura di sé». Ebbene, essa, per Hadot, non è mai separata dalla cura degli altri. Ce lo testimonia proprio Socrate, il quale si occupa dei suoi interlocutori, «facendo loro scoprire un altro livello del loro sé, quello della ragione, grazie al discorso razionale, che dà accesso all’universalità. Questo è lo scopo del dialogo socratico». Egli invita sì gli altri a prendersi cura della loro anima, ma «ciò che vuole soprattutto è che, discutendo, imparino a sottomettersi a quell’arbitro comune che è la ragione, il discorso razionale. […] Così è nel dialogo stesso che si rivela e si realizza la cura per gli altri».

Attraverso la via da lui tracciata, Hadot giunge, inoltre, anche a operare un confronto fra la “cura di sé” e le psicoterapie moderne, confronto che sorge spontaneo, se è vero che, nel definire il filosofo come colui che «forma al mestiere di uomo», egli aggiunge che la scuola in cui si porta avanti questa attività è paragonabile allora a una vera e propria “clinica”. In più, ci viene ricordato come, agli occhi dei filosofi antichi, i non filosofi sarebbero dei “malati ignari di esserlo”. Tanto nel caso dell’uomo che aderisce a una scuola filosofica quanto in quello del moderno paziente che si rivolge a uno psicoterapeuta, c’è, dunque, il desiderio di “essere curati”, di “andare in terapia”. Ma stando al secondo caso, in particolare, per Hadot, la lettura degli antichi sarebbe più utile ai medici, che potrebbero trovarci molte osservazioni psicologiche, che ai pazienti, i quali, non godendo di spiegazioni, «specie se sono poco colti, correrebbero il rischio di non trovarci un aiuto, ma al contrario un problema in più».

Un’ultima citazione, per finire, relativa a uno degli “esercizi spirituali” più praticati nell’antichità: la concentrazione sul presente, vivendo ogni momento come se fosse il primo e l’ultimo. «Il primo, liberandoci dallo sguardo abituale, stanco e convenzionale che posiamo sul mondo, per riconoscerne la straordinaria esplosione, che ci immerge nello stupore. L’ultimo, con lo scopo di vivere intensamente il momento presente, con tutta la serietà che il suo valore infinito esige».

Foto Marco Aurelio, busto | CC0

Giuseppe D'Acunto

Giuseppe D’Acunto: ha insegnato presso le Facoltà di Filosofia de «La Sapienza» e dell’Università Europea di Roma. È direttore editoriale della rivista di filosofia on-line «Consecutio temporum», condirettore della rivista di filosofia «Azioni Parallele», nonché membro del Comitato Direttivo del «Centro per la Filosofia Italiana»

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