“Le democrazie muoiono lentamente”. Lo scrivono Steven Levitsky e Daniel Ziblatt in un libro che ha segnato la riflessione politica degli ultimi anni, Come muoiono le democrazie, e che oggi, guardando a quanto accade negli Stati Uniti, suona come un monito anche per l’Italia.
Le democrazie non vengono più abbattute con i carri armati. Muoiono per logoramento interno. Mantengono le forme – le elezioni, il parlamento, il dibattito pubblico – ma ne svaniscono i contenuti: il rispetto dell’avversario, l’equilibrio dei poteri, la libertà di informazione, l’indipendenza della magistratura. Così, sotto una facciata ancora “normale”, può farsi largo un regime in movimento, come nella Roma antica, dove la Repubblica sopravvisse formalmente a se stessa anche quando il potere era già imperiale.
Oggi l’America di Trump è la cartina di tornasole di questo processo, ma non è un’anomalia. Il virus non è americano. È occidentale. E in Italia ha già fatto molta strada. La denigrazione dell’avversario è pratica quotidiana. La personalizzazione estrema del potere ha sostituito il dibattito pubblico con la guerra tra tifoserie. I social network non sono solo cassa di risonanza: sono armi di delegittimazione sistematica, dove l’insulto costruito diventa verità condivisa in tempo reale.
In parlamento si governa a colpi di fiducia, svuotando il ruolo legislativo. Si attaccano i poteri indipendenti: la magistratura, colpevole di fare il proprio lavoro; il Presidente della Repubblica, visto come un ostacolo da aggirare; la stampa libera, accusata di essere faziosa quando esercita il diritto (anzi, il dovere) di critica. Ogni contrappeso è trattato come un freno “non democratico”, come se la sovranità popolare fosse una delega in bianco.
Ma questa distorsione ha radici precise e ha un nome: berlusconismo. Non come fase politica chiusa, ma come mutazione genetica del rapporto tra potere e consenso. Da Arcore partì un’idea pericolosa e profondamente anti-liberale: che l’eletto dal popolo fosse investito di una sorta di sacralità laica, “unto dal Signore”, e dunque intoccabile. La magistratura che osa indagare viene accusata di eversione. I poteri di controllo vengono dipinti come usurpatori, non legittimati dal voto. Il risultato? Un ribaltamento del paradigma liberale: non è più il potere a dover rendere conto alla legge, ma la legge a dover inchinarsi al potere.
Quel virus non è mai stato neutralizzato. Anzi, si è diffuso, trasformando lentamente il senso comune. Oggi molti cittadini non solo accettano questa logica, ma la pretendono. E chi la contesta viene subito accusato di voler “sabotare la volontà popolare”. Come se il consenso potesse sostituirsi alla legalità, come se la forza del voto potesse cancellare il limite del diritto.
Il dato più drammatico è che oltre metà degli italiani ha smesso di votare. Non si tratta solo di disillusione. È il sintomo estremo di un corpo democratico che non si riconosce più nel proprio funzionamento. Una democrazia senza partecipazione reale è già in crisi avanzata.
Chi ha a cuore lo Stato di diritto non può restare spettatore. Servono parole chiare, non accomodamenti. La democrazia, per vivere, ha bisogno di una cultura repubblicana forte, fatta di rispetto delle regole, tutela delle minoranze, difesa dei contrappesi. Non basta evocare il popolo: bisogna garantire i limiti del potere.
Non ci sono scorciatoie. Senza questi argini, il rischio è chiaro: ci troveremo con istituzioni ancora formalmente democratiche, ma con un potere che agisce fuori da ogni controllo. E allora la democrazia sarà ancora lì. Ma sarà vuota.
Ecco perché, occorre riprendere con forza il valore della cultura e dell’educazione. Ma non una cultura museale, né una didattica scollegata dal presente. Serve un pensiero capace di tenere insieme libertà e responsabilità, che sappia interpretare il mondo che cambia senza perdere la bussola. Un’educazione fondata sui valori repubblicani e mazziniani, capace di coltivare cittadini e non sudditi, coscienze critiche e non tifoserie manipolate.
È da lì che si ricostruisce una democrazia viva. Ed è lì che oggi si gioca, davvero, la battaglia decisiva.
George Washington Mount Vernon







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