Siamo immersi in un’epoca di singolari cortocircuiti. Da un lato vediamo vetrine che si spengono, aziende storiche costrette a chiudere e una diffusa sensazione di precarietà; dall’altro, chi lavora sul campo misura ogni giorno l’impossibilità di trovare personale. Fabbri, saldatori, tornitori, panettieri, idraulici, falegnami: una lista di mestieri essenziali che rischiano di scomparire, soffocati da una svalutazione culturale del lavoro manuale e tecnico che dura da decenni. In questo scenario, la forza lavoro straniera rappresenta una risorsa fondamentale per la tenuta di interi comparti, dalla ristorazione al manifatturiero, eppure si scontra spesso con una burocrazia farraginosa e tempi di rinnovo dei permessi che spingono verso l’irregolarità o lo sfruttamento, anziché verso un’integrazione e una formazione capaci di creare valore per tutti.
Mentre l’economia reale affronta queste crepe concrete, il dibattito pubblico sposta spesso il tiro su pericoli astratti o distorti. È il caso dell’Intelligenza Artificiale, additata oggi come la minaccia che ci toglierà il lavoro. Ma c’è un fatto immediato e inconfutabile che spesso si tende a ignorare: l’IA non può sostituire un idraulico che aggiusta una tubazione guasta o un panettiere che impasta il pane alle quattro del mattino. Non ha mani, non ha presenza fisica nel mondo reale, né la sensibilità artigianale. Ciò che la tecnologia può fare — ed fa già da tempo — è aiutare questi professionisti a lavorare meglio: ottimizzare la gestione delle materie prime, pianificare i tempi di lievitazione, rilevare anomalie negli impianti o migliorare la sicurezza e l’efficienza delle linee produttive.
Usare la tecnologia come capro espiatorio serve solo a distogliere l’attenzione dalle vere cause della crisi: la mancanza di politiche industriali di lungo termine, la stasi dei salari e un sistema educativo che stenta a dialogare con i bisogni reali del territorio. A complicare il quadro si aggiunge un ecosistema dell’informazione sempre più aggressivo e orientato al sensazionalismo. Bombardato da notizie urlate e narrazioni apocalittiche, il lettore rischia di perdere le proprie difese critiche. Questa dinamica penalizza anche la scienza e la ricerca: l’evidenza su temi complessi come il cambiamento climatico, la salute o la sostenibilità agroalimentare fa fatica a farsi strada rispetto a slogan immediati o a modelli orientati al solo profitto di breve termine.
Eppure, proprio dentro queste contraddizioni, si intravedono i segnali di una svolta. La storia insegna che i momenti di massima tensione sono anche quelli in cui nasce la spinta per il cambiamento. Sempre più persone, comunità e piccole imprese stanno riscoprendo il valore dell’economia di prossimità, dell’agricoltura rispettosa dei suoli, della formazione mirata e di un uso consapevole degli strumenti digitali. L’Intelligenza Artificiale, se guidata con visione, non toglierà spazio all’ingegno e al lavoro umano, ma potrà liberare il tempo e le risorse necessarie per valorizzare ciò che nessuna macchina potrà mai sostituire: la cura, la manualità artigiana, l’empatia e la creatività.
La speranza per il futuro non risiede nell’attesa di soluzioni calate dall’alto, ma nella riappropriazione del nostro ruolo critico e attivo. Nel momento in cui scegliamo di informarci oltre la superficie, di investire nelle competenze, di accogliere e formare chi arriva da lontano e di pretendere una politica che guardi al domani, smettiamo di essere spettatori passivi. Il nostro tempo è pieno di crepe, ma è esattamente attraverso quelle crepe che la luce di un modo nuovo di produrre, vivere e stare insieme può ricominciare a passare.
Carlo Sforza, il coraggio dell’intransigenza
In un’epoca in cui la politica rischia spesso di appiattirsi sull’esigenza del momento, la figura di Carlo Sforza (1872–1952) emerge...







