Per ricostruire le ultime ore di Roman Starovoit, servirebbe il genio criminologo di Dostoevskij. Al momento la polizia russa non sa nemmeno dire se il ministro è morto prima o dopo il licenziamento dal governo. Il cadavere dell’uomo potrebbe essere rimasto nella sua auto per qualche giorno, senza che nessuno se ne accorgesse. Un ministro russo vale un qualunque barbone. A Mosca è tornato di moda il pensiero di Lenin.
Piuttosto che credere all’accusa di corruzione piombatagli addosso, sarebbe meglio che Putin gli avesse sparato di persona. Chi si ricorda quando la società stalinista era incorruttibile. L’occidente era corrotto, il socialismo era purissimo. Tutti i compagni di partito spediti davanti al plotone di esecuzione, non erano corrotti, erano traditori. Come ovvio nessuno tradirebbe Putin per l’occidente, e questa è una grande sicurezza. Purtroppo essere preda di un illecito arricchimento è molto peggio. Starovoit non avrebbe saputo garantire la frontiera inespugnabile del Kursk prima e poi quella dei trasporti aerei. Colpa non dell’incapacità difensiva del sistema, ma della cupidigia del ministro. Se un oligarca è così avido da venir meno ai suoi doveri verso la patria, di chi la Russia può avere fiducia veramente? Putin rischia di assomigliare al Mussolini del ’42, costretto ad occupare tutti gli incarichi disponibili.
L’idea della corruzione non dovrebbe nemmeno essere trapelata sulla stampa russa, Starovoit tendeva all’ubriachezza. Quando gli ucraini hanno perforato il sistema difensivo era attaccato alla bottiglia. Per questo Putin lo ha cacciato e Starovoit, deluso il più grande uomo della Russia contemporanea, si è sparato. Ecco la versione ufficiale che sarà stilata da un qualsiasi funzionario dello FSB. Sono tre anni che si suicidano gli oligarchi in Russia, questo è il primo caso di un ministro. Verrebbe da dire, il cerchio si sta stringendo.
Che al Cremlino la settimana non si sia aperta nel modo migliore, si capisce dalla reazione alle dichiarazioni di Trump sulle armi. Anche qui, in verità, l’arsenale ucraino è micidiale perché allestito dal Pentagono. La settimana scorsa l’aereonautica di Kyiv ha fatto fuori il comandante dei marines russi, il generale Gudkov, con una bomba di precisione la Gbu-39 b, un gioiello della tecnologia bellica statunitense. Quelle che lanciano i russi a confronto sono petardi. Il New York Times vanta le operazioni di successo ucraine nel territorio russo organizzate dalla Cia. Che Trump cerchi di far finta di non sapere tutto questo per darsi un tono di pacificatore, ci sta. Difficile prenderlo sul serio se non blocca ogni tanto qualche commessa. Poi uno come Putin fa persino perdere la brocca a Trump che adesso vuole armare l’Ucraina di più sotto il profilo difensivo. Le manca solo l’atomica all’Ucraina.
Anche il presidente Macron, in visita di Stato in Gran Bretagna, ha voluto fare la sua parte. Mai l’Europa lascerà sola l’Ucraina, ha detto. Un eccesso di zelo del presidente francese che non si capisce a che titolo parli per l’Europa. In compenso ha ragione. Se domani in Europa prevalesse anche una maggioranza contraria all’aumento della spesa militare al 5 per cento, l’Ucraina non la si abbandonerebbe lo stesso. Invece delle armi scadenti datele finora, le si invierebbero, pomodori, patate, arance di Siviglia. Cambierebbe poco.
La prospettiva ortofrutticola e la morte del collega russo dovrebbero rinfrancare per lo meno il ministro degli Esteri italiano, rimasto ancora vivo. E si che Taiani si confronta con due guerre e persino i dazi, poveretto. Fortuna che non è stato spedito, come Piantedosi, in missione a Bengasi.
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