La democrazia nasce in una piazza di Atene dove il popolo era convocato per deliberare. I suoi rappresentanti non dovevano raccogliere più firme che voti e chiunque poteva essere eletto. Basterebbe ripristinare questi semplici principi per ritrovare un po’ di partecipazione elettorale. Solo i fidelizzati e coloro che tramano complotti parlamentari hanno voglia di recarsi alle urne per scegliere un deputato di una legislatura che sta morendo. Non varrebbe nemmeno la pena di occuparsene, non fosse per gli analisti politici, abituati a frugare nelle schede, come gli aruspici nelle viscere degli animali.
Chi dovrebbe essere preoccupato dal voto calabrese? Difficile dirlo. Ha per l’appunto impegnato meno del 25 per cento del corpo elettorale locale. Semmai l’attenzione dovrebbe essere concentrata sul non voto che è impressionante. E pure non si resiste alla tentazione di preconizzare un destino nazionale da un campione altrimenti irrilevante. Sempre meglio che stare appresso a degli illusori sondaggi, a cui mai si rinuncia. Quello eseguito da Ghisleri, a seguito del voto in Calabria, fa tremare i polsi. Il Centro destra senza Vannacci, stimato al 7, sarebbe sopra di una spanna al 42 per cento. Il campo largo, senza Calenda, si fermerebbe al 41,8.
Guardando il sondaggio Ghisleri insieme alla suppletiva calabrese, l’onorevole Meloni non avrebbe nemmeno bisogno di fare l’accordo con Vannacci, per lo meno prima del voto. Lasciasse il generale vagare libero e ramingo. Vannacci in Calabria ha portato via alla coalizione di governo il sette per cento dei consensi, vero, in compenso ha guadagnato un tre per cento di suo. Per esperienza non è affatto detto che sommando le sigle politiche si sommino anche i voti, in genere si perdono. Il centrodestra, o quello che è, e Vannacci, farebbero comunque il pieno. Restando separati nessuno perderebbe la faccia ed entrambi potrebbero ambire ad una vittoria elettorale davanti ad un trend del campo largo preoccupante.
In Calabria il Terzo polo non era più presente e a livello nazionale, con il solo Calenda, potrebbe restare sotto il tre per cento, quindi fuori dal Parlamento. Mai l’onorevole Meloni battesse davvero di quel mezzo punto l’opposizione riunita, Schlein e Conte resterebbero con le pive nel sacco. E Meloni potrebbe persino liberarsi di Taiani e Salvini, presentarsi alle Camere insieme al generale e avere la maggioranza nei due rami del parlamento lo stesso. Come diceva un capo barbaro agli antichi romani, guai ai vinti.
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