Lo studio presidenziale del vecchio Afez Assad a Damasco, quaranta metri quadri piuttosto modesti tappezzati da un tendaggio claustrofobico per nascondere la vista al vicinato, ospitava un grande quadro che ritraeva la caduta delle ultime piazzeforti crociate. Assad amava far notare ai suoi visitatori che quello sarebbe stato anche il destino fatale di Israele, scomparire nelle sabbie del deserto arabo.
Questa sicumera di Assad si spense già nel 1974, dopo un’avanzata gloriosa che portò le linee del fronte a soli trenta chilometri dal suo ufficio, visto la performance dell’armata siriana distrutta sul Golan. Quella egiziana poteva essere completamente annientata e quella giordana, nemmeno si era mossa. Fu allora che il mondo scoperse il popolo palestinese di cui si sapeva poco o niente. La ragione era semplice, quel popolo era lo stesso di quello giordano, libanese e siriano. Non fosse rimasta imbottigliata nella guerra, Gaza sarebbe rimasta una periferica città egiziana. Ottenne una sua autonomia controllata per ragioni di mero interesse militare. Israele non era in grado di occupare Gaza cinquant’anni fa, meno che mai lo è adesso, principalmente per ragioni numeriche. Se Netanyahu pensa che mobilitando 400 mila riservisti potrebbe riuscirvi, vorrebbe dire che ha semplicemente perso la testa. A parte che su 400 mila riservisti se ne presenterebbero nel caso migliore trecentomila, i riservisti, per definizione, sono combattenti da impegnare limitatamente nel tempo. Un’occupazione di Gaza, due milioni di persone bisognose di ogni aiuto, non sapresti né quando finisce, né come.
Un telegiornale di ieri sera mostrava un cittadino di Gaza stremato che si chiedeva per quale ragione Israele stesse ancora combattendo. Non per gli ostaggi, quelli oramai sono spacciati. Piuttosto perché i soldati di leva israeliani hanno un addestramento condotto nel deserto. Questo non prevede di misurarsi in combattimenti sotterranei e pure da un anno sono impegnati in cinquecento chilometri di tunnel in una sfida evidentemente superiore alle loro forze. Ritirarsi sarebbe ammetterlo, Israele avrebbe perso la sua prima guerra e Hamas avrebbe trionfato dove hanno fallito tutte le nazioni arabe, mentre insistere, non produce i risultati sperati. Anzi. Adesso anche Calenda da a Netanyahu del criminale.
Israele ha fatto la sua parte decapitando il vertice di Hamas in maniera strepitosa e poi attaccando i siti iraniani con successo. L’entrata a Gaza si è rivelata perfettamente inutile anche se comprensibile nell’intenzione di recuperare i tanti ostaggi. Dopo il sette ottobre sarebbe stato molto duro dire a tutti i parenti delle vittime di considerare morti anche coloro che erano stati rapiti e qualcuno si è persino liberato. Questo non ha impedito ai parenti disperati il chiedere di fermarsi, mentre in Europa si ritiene la reazione eccessiva, sproporzionata. In fondo sono solo stati ammazzati un migliaio di ebrei nelle loro case, ad un rave party. Metti un altro centinaio imprigionati, adesso stiamo esagerando. I palestinesi sono in quella terra da millenni mentre, il professor Barbero lo ha spiegato, gli ebrei mille anni prima del Nazareno, nemmeno erano un regno.
Il figlio di Assad riparato giustamente in Russia, il suo posto, sembra che abbia fatto soldi spacciando droga. Avrebbe potuto farne altrettanti vendendo le copie del quadro del padre, contando sul suo significato.
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