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La fede ridotta ad ideologia

Eugenio Fusignani di Eugenio Fusignani
12 Agosto 2025
in Attualità / Politica
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Nell’intervista rilasciata ieri a La Stampa, monsignor Vincenzo Paglia ha ribadito con chiarezza la posizione della Chiesa sul fine vita: contrarietà netta a eutanasia e suicidio assistito, ma anche il riconoscimento del bisogno urgente di una legge condivisa, non imposta da una sola parte politica. Una posizione che può apparire rigida, ma che apre anche a un confronto serio, a partire da una premessa condivisibile: non si può lasciare il tema del fine vita nel vuoto normativo e nella discrezionalità di singole ASL o Regioni.

Chiara Saraceno, oggi sempre su La Stampa, ha offerto un necessario contrappunto giuridico e culturale. Le sentenze della Corte Costituzionale del 2019 e del 2024 non si limitano a rendere non punibile chi aiuta una persona a morire in condizioni estreme: affermano un diritto soggettivo, radicato nell’autodeterminazione, alla libertà di scegliere quando porre fine a una vita diventata oggettivamente intollerabile, quando si è legati a sostegni vitali e si sperimenta una sofferenza assoluta. Il suicidio, ricordiamolo, non è un crimine nel nostro ordinamento. E l’aiuto medico, in casi estremi, può e deve essere previsto.

Saraceno denuncia con lucidità anche l’ipocrisia di uno Stato che, da un lato, riconosce il diritto al suicidio assistito, ma dall’altro non garantisce nemmeno le cure palliative a chi ne avrebbe bisogno. Le sentenze della Consulta parlano chiaro: il Servizio Sanitario Nazionale ha il dovere di accompagnare, non solo con la compassione, ma con dispositivi medici, procedure e sostegno concreto, chi si trova in questa condizione.

Se da un lato si può comprendere l’invito di mons. Paglia a non strumentalizzare il dolore e ad agire con prudenza, dall’altro non si può non vedere come questo invito, che pure ha senso, rischi di essere vanificato quando, come nella chiusa dell’intervista, lo stesso prelato ricorda che «la Chiesa è contraria al suicidio assistito». Una posizione legittima, certo, per chi vi si riconosce. Ma non può trasformarsi in veto politico, né cancellare la laicità del diritto e delle istituzioni.

In una Repubblica, la laicità dello Stato non è una neutralità fredda, ma una garanzia viva di pluralismo, di rispetto, di pari dignità per credenti e non credenti, per chi affida la propria fine alla fede e per chi lo fa alla propria coscienza. È laico lo Stato che assicura la libertà delle scelte, ma anche l’accesso equo ai mezzi per compierle. È laico lo Stato che non impone una morale religiosa a tutti i cittadini, ma crea le condizioni per ciascuno di vivere – e morire – secondo i propri valori.

Questa laicità, oggi più che mai, va difesa con fermezza. Perché è lo scudo che protegge ogni libertà, e al tempo stesso è un dovere preciso delle istituzioni democratiche.

E proprio perché siamo in democrazia, occorre ricordare che la democrazia mal si concilia con le imposizioni dogmatiche, soprattutto quando provengono da chi vorrebbe ergere una propria visione personale o religiosa a misura unica per tutti.

Non è raro vedere, infatti, i vari “popoli della famiglia (degli altri)”, esperti nel dettare norme morali su corpi, vite e coscienze altrui, battersi per negare scelte individuali che non li riguardano, mentre al contempo invocano libertà solo quando tornano utili ai propri schemi. Una strana idea di libertà: sempre per sé, mai per gli altri.

È su questo principio di libertà per tutti, non solo per chi comanda, che si fonda la battaglia per una legge sul fine vita che sia davvero per tutti, e non espressione di un potere culturale o confessionale.

In questo equilibrio delicato tra libertà e tutela, tra diritto e fede, è giusto tornare anche sulle ipocrisie di chi, da posizioni di destra, invoca in nome di un cristianesimo identitario spesso più cristiano di Cristo stesso, la difesa intransigente della vita, anche quando questa ha perso ogni dignità, ogni speranza o non è nemmeno ancora formata.

La stessa retorica che si oppone con furore ideologico al suicidio assistito, difendendo la “sacralità della vita” fino all’ultimo battito, è quella che poi grida alla “giustizia fai da te”, invoca la pena di morte nei talk show, e considera quasi naturale che centinaia di esseri umani muoiano nel Mediterraneo, colpevoli solo di cercare una vita degna.

Come si può, senza un filo di vergogna, ergersi a difensori della vita e poi negare l’umana compassione a chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla tortura?

Il Vangelo che viene brandito come simbolo di identità è lo stesso che proclama beati gli ultimi, i poveri, i perseguitati, e annuncia loro il Regno dei Cieli. Ma quando la fede viene ridotta a ideologia, perde la sua forza umana e trasformatrice.

C’è, in questa sfida, il cuore stesso di un’autentica battaglia repubblicana. Una battaglia che non si combatte contro qualcuno, ma per qualcosa: per la libertà, la dignità, l’uguaglianza. Per quell’idea di fratellanza e solidarietà che Giuseppe Mazzini pose al centro del pensiero democratico italiano, secondo cui ogni essere umano è sacro, ogni coscienza è inviolabile, e la società ha il compito di sostenere, non di giudicare, le scelte individuali più profonde.

Il Partito Repubblicano Italiano ha oggi il dovere di essere guida e voce di questa battaglia, riportando al centro del dibattito i valori laici, civili e democratici su cui si fonda la Repubblica. Non per calcoli elettorali, ma per coerenza storica e per una missione civile che non può essere delegata.

Una buona legge sul fine vita non deve accontentare la Chiesa, né la sua controparte più radicale. Deve dare risposte giuste a cittadini liberi, sofferenti, spesso abbandonati. Deve stabilire criteri, procedure, tempi, responsabilità. Deve proteggere i più fragili, senza espropriarli della loro libertà.

Lo ha ricordato la Corte, lo ripete la società civile: la dignità non è un privilegio per chi ha mezzi e autonomia, ma un diritto per tutti. Un diritto che include anche quello, estremo, di scegliere quando dire basta. Non per disperazione, ma per amore della propria dignità.

La sfida è aperta. È tempo di affrontarla con coraggio e lucidità, non con slogan e moralismi.

Il futuro della civiltà repubblicana passa anche da qui.

licenza pixabay

Tags: PagliaSaraceno
Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e marketing, svolge l’attività di geometra come libero professionista. Dal 2021 è presidente nazionale di Culturalia, settore culturale dell'Agci. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è vicesindaco del Comune di Ravenna

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