Il vice segretario Regionale dell’Emilia Romagna Riccardo Saporetti partecipa al dibattito precongressuale
Il quadro politico italiano sta tornando, ormai da tempo, verso un bipolarismo sempre più netto. Da una parte prende forma il cosiddetto “campo largo”, con PD, Movimento 5 Stelle e AVS; dall’altra la destra-centro, come la definisce il nostro Segretario Nazionale De Rinaldis Saponaro. Una destra-centro che ha già una componente populista e sovranista in FdI e Lega, inconciliabile coi valori repubblicani, e che oggi è ulteriormente aggravata dal peso sempre più inquietante della destra ancor più estrema rappresentata da Futuro Nazionale di Vannacci.
Nessuno dei due schieramenti corrisponde alla cultura politica repubblicana e sarebbe sbagliato fingere il contrario. Il ‘campo largo’ presenta contraddizioni evidenti, al suo interno convivono culture politiche molto diverse e, soprattutto nel Movimento 5 Stelle e in AVS, esistono posizioni che considero lontane dalla tradizione repubblicana su politica estera, atlantismo, Ucraina, politica energetica, infrastrutture, impresa, garantismo e concezione dello sviluppo. Non credo quindi che il PRI possa semplicemente entrare nel campo largo rinunciando alla propria autonomia e accettandone indistintamente tutte le posizioni. Sarebbe un errore politico e culturale ma dall’altra parte il problema è ancora più profondo. Il centrodestra italiano non è soltanto Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Oggi deve fare i conti anche con la crescita di un’area sovranista e identitaria che trova in Vannacci la propria espressione più evidente e pericolosa. Una cultura politica che considero inconciliabile con la storia del Partito Repubblicano Italiano. Da qui discende inevitabilmente una domanda politica per il nostro Partito: possiamo considerarci indifferentemente disponibili ad alleanze con uno schieramento di questo tipo soprattutto se una concezione come quella vannacciana dovesse assumere un peso sempre maggiore? A mio giudizio, no. Il repubblicanesimo italiano è laico, democratico, risorgimentale, europeista, occidentale, antipopulista e profondamente legato alle istituzioni della Repubblica. È figlio di una cultura che ha sempre guardato all’Europa non come a un nemico dal quale difendersi, ma come a un progetto politico, di mazziniana memoria, da costruire. È una tradizione che ha fatto della modernizzazione del Paese, della responsabilità individuale, della cultura istituzionale, dell’economia di mercato accompagnata dalla responsabilità sociale e della centralità dell’Occidente democratico alcuni dei propri punti di riferimento. I nostri punti di riferimento! Per questo credo sia arrivato il momento di superare definitivamente l’idea secondo cui il PRI possa stare indifferentemente a destra o a sinistra purché riesca ad ottenere una rappresentanza istituzionale. Comprendo le ragioni pragmatiche che possono avere determinato questa impostazione, soprattutto per un piccolo partito alle prese con una legge elettorale che rende difficilissima la rappresentanza autonoma. Ma una strategia di questo tipo può forse produrre qualche amministratore; alla lunga, però, rende sempre più difficile spiegare agli elettori che cosa sia il PRI, quali interessi rappresenti e soprattutto quale idea dell’Italia proponga.
E proprio qui credo che l’esperienza di Ravenna meriti una riflessione. Non a caso, a Ravenna il PRI è stato presente direttamente con l’edera nelle ultime tornate amministrative, mantenendo una propria identità politica e una propria riconoscibilità. Da questa presenza è scaturito quello che oggi è l’unico amministratore repubblicano eletto sotto le insegne della sola Edera tra tutti i Comuni capoluogo di provincia italiani. Non è soltanto un dato numerico: dimostra che rappresentanza istituzionale e identità politica non devono necessariamente essere alternative. Si può partecipare a una coalizione, assumersi responsabilità di governo e contemporaneamente continuare a presentarsi agli elettori per ciò che si è: repubblicani. Una presenza repubblicana si può avere anche con rappresentanti eletti sotto altre bandiere ma un partito si (ri)costruisce con la forza della sua presenza politica autonoma, perché non é la stessa cosa avere consiglieri repubblicani che devono seggi ad altre formazioni, altra cosa è avere seggi repubblicani perché eletti dal e nel PRI!
Un partito non può vivere soltanto della propria storia e nemmeno soltanto della limitata presenza nelle istituzioni, ha bisogno di una collocazione politica comprensibile e di un progetto riconoscibile.
Se dunque il bipolarismo ci impone di scegliere forzatamente tra due schieramenti, ritengo che la collocazione più coerente per il PRI sia nel centrosinistra, ma con una condizione fondamentale: esserci da repubblicani. Non diventare socialisti, non diventare populisti e soprattutto non trasformarsi nell’appendice di una sinistra massimalista. Il PRI dovrebbe invece contribuire alla costruzione, all’interno di quella coalizione, di una forte area repubblicana, liberaldemocratica, europeista e riformista, politicamente e culturalmente autonoma tanto dal Movimento 5 Stelle quanto da AVS.
Essere alleati non significa confondersi, significa scegliere il campo nel quale confrontarsi e combattere democraticamente perché prevalgano le proprie idee. Tra un’alleanza democratica ed europeista nella quale confrontarsi anche molto duramente con Elly Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni e una destra sovranista nella quale Vannacci e il suo estremismo acquistassero un peso determinante, non credo che da repubblicani possiamo avere dubbi. Non perché sia diventato di sinistra, non lo sono mai stato, ma proprio perché sono repubblicano e, come tale, preferisco sentirmi “il centrosinistra” oppure “l’altro polo della sinistra”. In mezzo a questo bipolarismo sempre più rigido, infatti, non c’è necessariamente un vuoto c’è uno spazio politico preciso: quello del repubblicanesimo moderno, liberaldemocratico, europeista e riformista. Uno spazio fatto di cittadini che non si riconoscono nel populismo di sinistra ma neppure nel sovranismo di destra; che credono nell’Europa, nell’impresa e nel lavoro, nella crescita economica e nella sostenibilità dei conti pubblici, nelle infrastrutture e nell’innovazione, nel garantismo e nella certezza del diritto, nei diritti individuali e nei doveri verso la comunità.
È lì che il PRI dovrebbe provare a ricostruire la propria identità politica, anziché decidere di volta in volta con chi stare sulla base delle convenienze locali. La formula, per me, potrebbe essere molto semplice: alternativi alla destra sovranista, alleati ma autonomi dalla sinistra.
Questo consentirebbe anche di recuperare una funzione che il PRI ha avuto nei momenti migliori della propria storia: non essere la componente numericamente più grande di una coalizione, non lo siamo mai stati, ma essere quella capace di introdurre cultura di governo, modernizzazione, rigore, laicità e visione internazionale. Non serve diventare grandi per essere politicamente utili, ma bisogna sapere chi si è e soprattutto avere il coraggio e la capacità di dirlo. La presenza nelle istituzioni rimane importante, naturalmente, ma senza un progetto politico riconoscibile rischia di ridursi a semplice presenza e un Partito con la storia, la cultura e i valori del PRI dovrebbe avere un’ambizione molto più grande: tornare ad essere riconoscibile prima ancora che rappresentato.







