Qualunque cosa sia stata detta durante la campagna referendaria, due argomenti sono incontrovertibili. Il primo è che tutte le democrazie occidentali separano le carriere dei magistrati a completamento del processo accusatorio che il loro sistema giudiziario ha adottato. L’Italia è una anomalia. Il secondo è che la separazione delle carriere era per l’appunto una riforma condivisa fra maggioranza ed opposizione sin dalla Commissione Bicamerale del 1997, prevista nel programma del partito democratico, almeno dal 2018. Essendo la stesura del testo di pertinenza dei giuristi, sono plausibili obiezioni di ogni sorta. Resta il fatto che la maggioranza di governo ha presentato una riforma che avrebbe potuto essere sostenuta, per lo meno dal principale partito di opposizione. Ovviamente, il Pd è libero di cambiare idea, di contestare quello che gli pare e persino decidere di fare una campagna referendaria di bandiera. Non si capisce solo dove sarebbe l’attentato alla Costituzione, a meno che non si ritenga attentato alla Costituzione, una riforma non scritta dal Pd.
Altra questione è dirsi contrari alla riforma perché si ritiene che la Costituzione repubblicana non debba subire stravolgimenti. Posizione nobilissima ed esemplare. Non fosse che la Costituzione del 1948 subisce modifiche dal 1992, quando per l’appunto le Camere modificarono l’articolo 68 relativo all’immunità parlamentare. Poi hanno modificato il Titolo V interamente, le “Disposizioni transitorie e finali”, che pure essendo “transitorie”, non dovrebbero transitare. Infine hanno avuto la bella idea di ridurre il numero dei parlamentari, indebolendo la rappresentanza. Rispetto al 1948 ci sono venti milioni di cittadini in più. Tralasciamo che i costi del Parlamento sono aumentati nonostante il taglio. Se tutto questo non fosse sufficiente, il centrodestra prima e il centrosinistra poi, hanno presentato un loro disegno di riforma costituzionale complessivo, bocciato entrambe le volte dagli elettori. Non c’è dunque ragione per la quale un governo non possa elaborare un nuovo progetto di riforma in generale. Se non lo si approva, lo si contesti, nel merito. Persino al Capo dello Stato è parso che i toni andassero ben oltre. Discorso valido anche per la maggioranza, sia chiaro.
Ci sono stati anche argomenti bizzarrissimi. Il fatto che nell’opposizione vi siano esponenti di rilievo che sostengono la riforma, quando nei partiti di governo non si è visto un solo contrario, dimostrerebbe che la maggioranza punta a silenziare l’intero paese. Oh bella, ma gli esponenti dell’opposizione che si sono pronunciati per il Sì sono gli stessi che hanno proposto questo provvedimento in legislature diverse. Essendone stati firmatari, la loro coscienza risponde alle loro convinzioni. Altri che lo hanno sostenuto e poi abbandonato, per ragioni politiche, non contestano la materia. La scelta di votare un testo tanto tecnico secondo i crismi della semplice appartenenza è lecita, ci mancherebbe. In più ci si risparmia la fatica di studiare norme e procedure che richiedono domestichezza ed esperienza. Bisogna solo sapere che così non si risponde al quesito referendario. Quello resta inevaso. Bisognerebbe capire se sia costituzionale sovrapporre il voto referendario a quello politico.
La Costituzione repubblicana consente al cittadino di esprimersi liberamente su una proposta e indipendentemente da chi la presenta. La Repubblica è laica anche rispetto agli schieramenti politici. Il precedente è il divorzio. Meglio non pensare a cosa sarebbe successo se sulla Legge Fortuna si fosse preteso un voto secondo l’affiliazione partitica. Senza contare che le forze di governo allora si spaccarono, il partito di maggioranza relativa perse tutti i suoi alleati. Cosa accadde? La Dc cambiò il segretario del partito e il capo dell’esecutivo. Zaccagnini per Fanfani, Moro per Rumor. Nel caso di una sconfitta al referendum del 23 marzo, si potrebbe mandare a casa l’onorevole Meloni per ritrovarsi l’onorevole Ciriani e la sorella dell’onorevole Meloni per Bignami. Bel risultato. Al limite si congederà Nordio, che si sarebbe semmai dovuto congedare sul caso Almasri. Insomma, vinto il referendum sul divorzio, il Pci non andò al governo e non vinse le elezioni successive. Per cui non si comprende il tanto ottimismo a riguardo da parte del fronte del No.
Piuttosto sarà seppellita e per altri vent’anni, l’ipotesi di una riforma della Giustizia, che in Europa vige in tutti gli altri paesi esclusa la Bulgaria. E questo sarebbe sufficiente per votare Sì.







