Nell’ambito dello scenario internazionale, bisogna pur sempre ricordarsi che gli alleati sono alleati. l’Italia che era un giovane stato unitario, sbagliò l’alleanza nel 1882, pensando di rompere il suo isolamento vendicandosi della conquista francese della Tunisia. Il più grande errore di Depretis, quello di legarsi a due paesi, l’Austria soprattutto, che mettevano in questione la stessa identità nazionale italiana ancora da compiere. Tanto che quando scoppiò la guerra, l’Italia fu costretta a cambiare alleanza e all’indomani della guerra, venne trattata come una volta gabbana. Nella narrazione nazionalista, quella fiumana per intenderci, non si leggono che recriminazioni per la vittoria mutilata. Ci fosse uno che dicesse che l’Italia aveva cambiato campo all’ultimo momento e sconfitta a Caporetto, Francia ed Inghilterra dovettero soccorrerla per evitare la disfatta.
L’Italia che tornerà alleata della Germania nel patto d’Acciaio, per la verità dopo una lunga esitazione, pagherà conseguenze peggiori di quelle di Depretis. Costretta ancora una volta al cambio di campo all’ultimo momento, guadagnerà posizioni migliori realizzando una alleanza politica militare più duratura all’interno della Nato. Coloro che hanno criticato e continuano a criticare la Nato, puntano sostanzialmente al cambiamento di alleanza dell’Italia, che nella sua condizione geografica, potrebbe giusto sfociare in una posizione neutralista. Più che il modello svizzero, il modello titino. Quali errori la Nato possa commettere, quale asprezza possa raggiungersi fra alleati, ci si scandalizza per gli umori fra Trump e Zelensky, dimenticando che Reagan e Craxi stavano per spararsi, l’onorevole Meloni ha compreso che bisogna tenersi stretta la Nato. E lo ha compreso persino lei che non solo nasce sul fronte opposto, ma ancora nel 2011 era un’ammiratrice di Putin. Per cui un certo atteggiamento remissivo nei confronti dell’amministrazione americana da parte del presidente Meloni, tenuto non solo con l’attuale, ma anche con la precedente, è ampiamente apprezzabile. Preoccupa semmai chi dall’opposizione parla della nuova presidenza come di un nemico dell’Italia, perché evidentemente non si rende conto di cosa dice, cioè che bisognerebbe cambiare alleanza.
L’unica questione invece da porsi è se la linea politica intrapresa dal governo americano alla lunga possa rivelarsi vincente. Mai non lo fosse, l’Italia più di altri paesi alleati pagherebbe un prezzo molto alto, visto tanta compiacenza. La Spagna è già convinta che l’America vada a sbattere ed è corsa dalla Cina. Forse in Sanchez c’è un po’ di imprudenza. Il presidente del consiglio italiano, invece ha rilanciato un concetto come quello di “nazionalismo occidentale”. Che cosa significhi poi nazionalismo occidentale, lo sa solo lei, in quanto l’occidente all’indomani dell’epopea greco romana, offre soluzioni completamente diverse e comunque non è una nazione. La stessa idea di civiltà occidentale, composita ed articolata, non presume un “nazionalismo occidentale”. Storicamente conosciamo invece un nazionalsocialismo occidentale insieme ad un nazionalsocialismo orientale, che si differenziano fra loro in minima parte. Di sicuro Trump ha molti difetti, non bisogna ancora escludere che se sbaglia possa correggerli, altri presidenti americani vi sono riusciti per evitare di andare a fondo. Altri si sono ritirati, nessuno di loro era incline al nazional socialismo e l’errore peggiore che si possa fare è di credere che la nuova amministrazione americana possa seguire su un tale terreno l’onorevole Meloni. Il nazionalismo americano esiste, è molto discutibile, non è socialista e soprattutto non ha possibilità di diventare nazionalsocialista per i contropoteri che caratterizzano la struttura del governo americano. Più facile che la California, che fa causa a Trump, si stacchi dall’America. E Trump, che attacca impunemente il presidente della Federal Reserve, prima o poi se ne accorgerà.
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