Posso dirlo? A me i film western non sono mai piaciuti. Ho sempre pensato che ridurre la storia a un confronto tra buoni e cattivi fosse frutto di una operazione di semplificazione inaccettabile. Tanto più che oggi sappiamo che i pellerossa non erano affatto i cattivi. La storia ci ha insegnato che è difficile ricondurre ogni fenomeno a poche categorie dogmatiche, incollando etichette addosso a tutto e a tutti. In Italia siamo stati fenomenali nel complicarci la vita. Per esempio, ai tempi di Dante non fu sufficiente suddividere i fiorentini tra ghibellini e guelfi. Questi ultimi, prima a Pistoia e poi a Firenze, si distinsero tra bianchi e neri. Nella città del Giglio si diede vita alla scissione tra i due partiti principalmente per rispondere agli interessi di alcune potenti famiglie, i Cerchi e i Donati. A complicare ancor di più la vita degli studiosi di storia arrivarono “passaggi” dall’una all’altra fazione sino a giungere a un’alleanza tra guelfi bianchi e ghibellini. Per colpa delle etichette affibbiate da qualche improvvisato storico, si discute ancora se il Sommo Poeta fosse divenuto ghibellino, proprio a seguito dell’avvicinamento tra guelfi bianchi e ghibellini.
Poi ci sono quelli che dibattono sul Dante inventore di una lingua nuova, sul Dante scopritore di un orgoglio nazionale, sul Dante cantore del misticismo, sul Dante precursore dell’esoterismo dei Rosacroce, sul Dante anticipatore del simbolismo massonico, sul Dante fustigatore della Chiesa cattolica, sul Dante incline a mandare tanti (troppi) all’inferno, etc. Figuriamoci se non si possa discutere oggi se Dante sia stato o meno il padre del pensiero politico di destra (e perché non di quello di sinistra?).
In fondo, qualsiasi pensiero espresso coscientemente dev’essere apprezzato, se non altro per capire chi sono i nostri interlocutori. Probabilmente, aveva ragione Giuseppe Prezzolini quando scriveva che «senza la libertà di parola sarebbe molto difficile riconoscere gli imbecilli». Solo a titolo di cronaca, qualcuno tende ad accostare il partito dei ghibellini ai conservatori e le fazioni guelfe (cui Dante apparteneva) ai progressisti, ma trattasi di mero esercizio di stile che probabilmente non risponde allo spirito dei tempi, prestando il fianco a categorie successive. Se ne dicono di cose, spesso con qualche forzatura. Fa parte del gioco di ogni stagione culturale (o sedicente tale). E il giochino può essere declinato a dismisura. Per esempio, sulla Stampa di Torino del 16 gennaio Vito Mancuso si chiede se Gesù fosse pacifista, ricordando, tra le altre cose, le condanne ai farisei e l’episodio della cacciata dal Tempio dei mercanti. Del resto, che la parola del Cristo sia stata – nel tempo – più volte posta alla base di conflitti non è affatto un mistero. Mentre Tertulliano legittimava l’obiezione di coscienza da parte dei cristiani, Sant’Agostino, nel De Civitate Dei, individuò le condizioni per poter definire «legittima» una guerra («bellum iustum»), qualora si dovesse rispondere a una iniuria, con il precipuo obiettivo di poter ripristinare la pace perduta. Le Crociate furono una formidabile occasione per rivendicare l’uso della forza contro i non credenti. E le Crociate furono poi invocate quale “modello” da sfruttare in altre occasioni, quando qualche signore non era in linea con i dettami del potere temporale della Chiesa. Si pensi alla sanguinosa Crociata contro i forlivesi bandita nel 1355 da Innocenzo IV (che voleva sottomettere i riottosi Ordelaffi) o agli eccidi di Faenza del 1376 e al sacco di Cesena del 1377 nel corso della Guerra degli Otto Santi.
Ma torniamo agli ispiratori del modello della «guerra giusta». Bernardo da Chiaravalle, benedicendo i Templari nel De laude novae militiae, traeva ispirazione dal Deuteronomio affermando che l’uccisione di un infedele non fosse un omicidio, ma un malicidium, ovvero una (legittima) eliminazione del male, tanto da scrivere che «il Cavaliere di Cristo uccide in piena coscienza e muore tranquillo», dato che l’eliminazione del nemico avrebbe rappresentato un’opera in nome di Cristo. E il nostro Dante si affida proprio a Bernardo nelle fasi finali della sua Commedia: «Credea veder Beatrice e vidi un sene / vestito come le genti gloriose. / Diffuso era per li occhi e per le gene / di benigna letizia, in atto pio / quale a tenero padre si convene» (Commedia, Paradiso, XXXI, 59-63). Anche San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, scrisse che chi si impegna nelle «guerre giuste» ha come obiettivo la pace e sviluppò i concetti già espressi da Sant’Agostino di Ippona, indicando i requisiti per individuare la recta intentio del conflitto. In tempi più recenti Sant’Alfonso Maria de’ Liguori ricordava come dovesse intendersi «lecito uccidere i nemici nella guerra giusta», ma anche nella guerra «dubbiamente giusta se si tratta di ubbidire al proprio monarca». Chi volesse approfondire il tema potrà trovare conforto nella monumentale antologia del 1876 a firma di Giovan Battista Fornaroli (Raccolta delle quattro parti della dottrina cristiana), in cui sono affrontati i problemi della «guerra giusta».
Quindi, Gesù Cristo non era pacifista? Possiamo cucirgli addosso una nuova etichetta, se non altro tenuto conto delle interpretazioni offerte dai suoi esegeti? E come quando è possibile qualificare la guerra come «giusta»? Ma torniamo a Dante. Era di destra o di sinistra? Giuseppe Mazzini, quando era a Londra, trovò alcuni studi inediti di Ugo Foscolo: si trattava delle Illustrazioni dedicate alla Commedia dantesca. Mazzini, convinto che a Dante dovesse essere riconosciuto il merito di aver anticipato il Risorgimento, pensò bene di curare la pubblicazione degli studi foscoliani, affidandola all’editore Pietro Rolandi nel 1842. Nell’occasione, Mazzini (che non firmò con il suo nome la prefazione dell’opera) indicò il Sommo Poeta come «individuo che racchiude, siccome in germe, l’unità e l’individualità nazionale». E concluse: «La Patria s’è incarnata in Dante. La grande anima sua ha presentito, più di cinque secoli addietro e tra le zuffe impotenti de’ Guelfi e de’ Ghibellini, l’Italia: l’Italia iniziatrice perenne d’unità religiosa e sociale all’Europa, l’Italia angiolo di civiltà alle nazioni, l’Italia come un giorno l’avremo». Era di destra o di sinistra, quindi? Era semplicemente (e meravigliosamente) Dante. E questo Giuseppe Mazzini lo aveva capito benissimo, quasi due secoli fa, senza bisogno di scomodare qualche etichetta posticcia.
Domenico di Michelino, Dante e la Commedia. Foto di Frans Vandewalle | CC BY-NC 2.0







