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Il 14 luglio si celebra la Rivoluzione infinita

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
14 Luglio 2023
in L'editoriale
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Appurato che il 14 luglio 1789 inizia la Rivoluzione francese, già al 15 ci si chiese quando sarebbe finita. È il vero tormentone che accompagna le nuove classi dirigenti. Lafayaette e Barnave la credono conclusa già la notte del 4 agosto dello stesso anno con l’abolizione dei privilegi, Brissot e Roland il 10 agosto di tre anni dopo con la caduta della monarchia. Marat quando sono arrestati Brissot e Vergniaud. Robespierre e siamo al 1794, quando ci si sbarazza delle fazioni. Barras, Tallien e compagnia, quando ci si sbarazza di Robespierre. Bonaparte, che pure è un impaziente, aspetta il 1806 e con la corona da imperatore in testa, dichiara la Rivoluzione conclusa. I suoi nemici, per sicurezza, aspettano di gettarlo all’Elba e i finalmente a Sant’Elena. Le stampe dell’epoca rappresentano il congresso di Vienna come una gran festa da ballo con Metternich che apre le danze. Era conclusa davvero? 1849, il ministro Tocqueville, una celebrità mondiale, si presenta alla Camera per dire col cavolo, la Rivoluzione giacobina è rinata a Roma e va soppressa con qualunque mezzo. Nel 1870 riecco la Comune di Parigi e nel 1905 due esuli russi progettano una nuova rivoluzione francese, Trotsky sostiene il modello girondino, Lenin quello montagnardo. Nel 1917 invece di Versailles si prende il palazzo di Inverno, i bolscevichi, ma anche i professori della Sorbonne commossi, sono convinti sia rinata un’altra volta la Rivoluzione francese, più di cento anni dopo, nella desolazione delle steppe.

Al che si potrebbe dire, bene finita l’esperienza sovietica, tanti saluti. Ahinoi, ad un attento esame le due rivoluzioni non hanno niente in comune. Il miglior storico della Rivoluzione francese fu Marx che disse che quella era interamente circoscritta all’interno dell’alveo borghese. E dov’è la borghesia nella Rivoluzione russa? Se la scoprono, la fucilano. Bisognerebbe chiedersi se i marxisti lo abbiano mai letto Marx, Gramsci ad esempio, nei suoi Quaderni sostiene come gli storici Mathiez e Saboul, che la rivoluzione fu l’alleanza fra gli “operai delle città ed i contadini delle campagne”. Oh bella, ma gli operai del 1789 erano ricchi come gli aristocratici. Il birraio Santerre è milionario. Il falegname Duplay è benestante tanto da prendere e mantersi a sue spese in casa un perfetto estraneo. Gli operai della città di Lione, la più sviluppata di Francia, conducono la stessa vita dei nobili, nemmeno si distinguevano alla vista e se si guardava i conti in banca erano più ricchi gli operai dei signori. Quello che Gramsci intende per operaio, i lavoranti, che sono almeno due milioni in Francia non mettono bocca nella Rivoluzione, perché non hanno sufficienti guadagni per concorrere alle cariche elettive e se sono elettorato attivo, nel senso che si recano a votare, votano come dicono i loro padroni. La servitù invece, almeno 800 mila persone, che potrebbe spesso pagare l’imposta per essere eletta, i parrucchieri degli aristocratici sono relativamente agiati, ma anche i pasticceri, i sellai, i cocchieri, non hanno diritti politici. Sieyès glieli ha negati, non si fida degli aristocratici figurarsi dei loro servitori. Rousseau, che in quanto precettore era un servo, non sarebbe potuto essere eletto e nemmeno votare. Solo quel pazzo di Robespierre voleva il suffragio universale e infatti, Maxim, durò pochino. I contadini invece che sono comunque sufficientemente ricchi, fanno la Vandea, ovvero la controrivoluzione, esclusi quelli che si comprano i beni della chiesa e degli emigrati, A questa nuova classe di proprietari, non importa niente di come si governa la Francia, basta che non gli riprendano le loro terre. Guardiamo alla grande giornata del 10 agosto, si mobilita un battaglione da Marsiglia, la testa della rivolta, la sezione dei Gravilliers che raduna operai a giornata e quindi principalmente disoccupati e facinorosi e poi curiosi, sfaccendati, ubriaconi che parcheggiano nei club pagati per il loro civismo. Gli operai di Parigi sono al lavoro. Fuori dal Carousel delle Tulieries, Parigi si fa gli affari suoi. Ma la Bastiglia? Alla Bastiglia almeno c’è il popolo. Magari. Il moto nasce a Palais Royal, la residenza del Duca di Orleans e tutta l’organizzazione della giornata va ricondotta agli agenti del duca, il principale istigatore della folla attraverso il club dei cordiglieri che è sul suo libro paga. Fillippo Egalitè, vuole eliminare suo cugino e salire sul trono. I Cordiglieri, prendono i soldi, fanno più o meno quello che gli chiede, poi lo elimineranno alla prima occasione utile. Non ci sarebbe stata la Rivoluzione senza una contesa per il trono di Francia interna alla famiglia dei Borboni, altro che operai e contadini uniti nella lotta. I pratogonisti sono personaggi come Fournier l’americano, un commerciante fallito, tornato in Francia senza un soldo, alle dipendenze del Duca, in piazza tutto il giorno con due pistole. Danton, Marat, Desmouolins, Mirabeau sono tutti corrotti dal Duca e tutti vogliono fregarlo alla grande.

La verità storica davvero difficile da accettare è che la questione sociale è pressoché irrilevante nella Rivoluzione, Ma i contadini per lo meno si ribellavano alle misure del governo di salute pubblica! Neanche poi tanto. I comitati facevano votare che il terzo maiale doveva essere dato all’esercito e quelli smettevano di nutrirlo e glielo recapitavano cadavere. Ci sarebbe da imparare ancora oggi sui provvedimenti economici del governo, il maximum, il minimum, li inventa la Rivoluzione e falliscono miseramente, con la particolarità che chi li proponeva, mica ci capiva di economia, erano tutti avvocati, tranne Cambonne che teneva la cassa e volevano solo formulare le loro buone intenzioni in astratto. L’incredibile è che ancora oggi qualcuno prenda sul serio simili misure fallimentari. Molto più seria per la Rivoluzione la questione religiosa. Se Luigi non avesse posto il veto, come sue diritto fra l’altro, alla costituzionalizzazione del clero, nessuno lo avrebbe mai minacciato. I contadini della Vandea, non amavano i loro maiali amano i loro preti refrattari, disprezzano quelli costituzionali che si eleggono da soli alle cariche sacramentali. Un’ignominia per un buon fedele, un’offesa mortale al santo padre. Non si limiteranno ad uccidere i blues, li volevano fare a pezzetti, magari ancora vivi, perché si pentissero nella sofferenza. Il convenzionale regicida Dubois Crancè a sua volta era privo di rimorso per aver dato fuoco alle loro case con tutta la famigliola dentro. Nelle memorie scriverà che quelli erano sicuri di risorgere e lui li stava ancora aspettando, con la pira accesa.

E meno male che la Rivoluzione è finita, se no Macron dovrebbe preoccuparsi per una storia che sembra un anello. Nei ghetti delle periferie si sta male da quando i primi algerini furono nazionalizzati dopo l’indipendenza, i militari francesi cercarono di buttarne il più possibile nella Senna, e quelli niente, zitti, muti, subirono tutto. Macron costituzionalizzando i loro mullah, come i preti del 1789 è peggio di De Gaulle. Gli va bene che in fondo gli islamici in Francia sono più o meno 4 milioni. Purtroppo per lui anche i mussulmani, come prima i vandeani, non accettano che si dica con Fouché che la morte sia “un sonno eterno”. La Rivoluzione? Fu una guerra di religione.

Foto Vizille Museo della Rivoluzione Francese

Tags: luglioRivoluzione
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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