Un po’ dispiace dire a tante migliaia di cittadini scesi appassionatamente ieri in piazza che il governo italiano può benissimo riconoscere lo Stato di Palestina, interrompere le relazioni istituzionali con Israele, stracciare gli accordi commerciali e persino imbarcarsi con la flottiglia per Gaza, la navigazione è talmente lenta che farebbe in tempo a raggiungerla. E che pure tutto questo non peserebbe un solo grammo sulle decisioni politiche e militari del governo ebraico.
Ahinoi, l’Europa, non vale nemmeno parlare dell’Italia, non conta assolutamente niente in medio oriente, ragione per la quale appunto quello che dicono Starmer e Macron all’Onu è buono per gli annali e per racimolare qualche voto fra gli islamici dei loro paesi. Il governo italiano avrebbe ragione di accodarsi se si trovasse sotto nei sondaggi, cosa che ancora non succede, per cui difficile che si adegui. Interrompere i rapporti con Israele servirebbe solo a danneggiare economicamente, finanziariamente ed anche militarmente il Belpaese. Sotto il profilo culturale, invece, siamo tranquilli, Nulla può più farci peggio.
La conferma viene dalla lettera di Hamas al presidente Trump che chiede il cessate il fuoco in cambio della liberazione di metà degli ostaggi. Lettera che non è stata inviata in copia alle cancellerie del vecchio Continente. Se si vuole fermare Israele bisogna intervenire sugli Stati Uniti d’America e magari sulla Cina. La Cina detiene materiali preziosi indispensabili alle più sofisticate armi israeliane e non c’è nessuna ragione per la quale la Cina rinunzi ai buoni affari in nome di qualche principio. Per cui le grandi manifestazioni italiane sono state irrilevanti per Netanyahu. La sua banda di criminali continuerà imperterrita a fare quello che sta facendo, già da sta mattina.
In sostanza, bisogna accontentarsi del successo di partecipazione, davvero impressionante. Considerato che si rischiava una manifestazione stiracchiata per il salario minimo, ecco che si è ampliata la piattaforma politica unitaria del campo largo rilanciando una grande questione internazionale, come ai tempi della guerra del Vietnam. Anche all’epoca il boia nazista, in quel caso Nixon, nemmeno se ne accorgeva. In compenso l’entusiasmo militante andava alle stelle ed il governo si trovava sotto pressione inevitabilmente. Vero che Schlein ha condannato subito le violenze. Le ha legate però all’inerzia tenuta sulla Palestina, per cui prima che il governo si svegli sono già pronte altre 44 giornate di mobilitazione contro il genocidio. Magari il governo barcolla e si dimette. Questa strategia funzionò e con molto meno sforzo, per Tambroni. 1960. Non è che il governo Meloni sia poi tanto più saldo e manco più capace.
L’unica controindicazione è che in questo caso il piano sembrerebbe abbastanza azzardato. Tambroni bastava sostituirlo con un altro democristiano al confronto progressista, tipo, non ridete, Fanfani. Qua la rivolta sociale partita dai camalli di Genova, chiuderemo il paese, si lega all’ambizione universale di creare un nuovo Stato a Gerusalemme. Caspita, servirebbe per lo meno un gigante come il presidente Mao venuto da Shaoshan. Al limite abbiamo disponibile l’avvocato Conte di Volturno Appula. Giuseppi. Finisce che alla trentacinquesima giornata di protesta si crea nell’opinione pubblica un blocco d’ordine a rinforzare la destra. Sapete che gliene frega della Free Palestine ai trentacinque milioni che tirano la carretta.
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